Penzammo 'a salutePenzammo 'a salute è un brano napoletano del 1928 interpretato, tra gli altri, da Roberto Murolo. Riprende un modo di dire popolare che suggerisce di non dare troppo peso alle cose della vita ma che finisce per promuovere un atteggiamento egoistico: chi se ne importa, non ti immischiare, non preoccuparti, fatti gli affari tuoi. Pensa alla salute, al tornaconto personale, tanto c'è qualcun altro che trova le soluzioni e risolve i problemi per te.

Se usciamo però da certa aneddotica e proviamo a riflettere, ci rendiamo conto che questa esortazione stereotipata cela una verità più profonda. La salute costituisce il fondamento di tutte le nostre azioni, senza di essa non potremmo fare nulla – lavorare, studiare, uscire di casa, relazionarci liberamente con gli altri. E quando parlo di salute mi riferisco tanto a quella fisica quanto a quella psichica: siamo o non siamo un'entità psicosomatica?

Il concetto di salute considera quindi la globalità della persona: bisogna conseguire uno stato di benessere che coinvolga le diverse dimensioni che compongono il nostro ecosistema.

Teniamocela stretta, allora, la salute: prendiamoci cura di noi stessi, impariamo ad amarci, a capire cosa veramente conta e ci fa stare bene, a dare valore al nostro tempo. Non ci sono regole da seguire o trucchi particolari: ognuno ha un percorso personale e uno stile per affrontarlo. Occorre allenarsi a volgere lo sguardo su di sé, ad ascoltare le emozioni che ci attraversano e i bisogni sovente inespressi, a riflettere su sé stessi, a capirsi senza giudicarsi. In una parola, occorre diventare più consapevoli di noi stessi a livello fisico e mentale.

Il che significa fare un po' di attività sportiva, mangiare in modo sano, dormire a sufficienza e al tempo stesso prenderci cura dei nostri pensieri, coltivare interessi che li nutrano e regalarci ogni giorno qualche occasione per essere felici.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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