DiegoSentii parlare per la prima volta di Diego Armando Maradona nel 1979. Ai tempi le immagini televisive non erano così diffuse come oggi, di lui arrivava soltanto qualche frammento sgranato accompagnato da commenti entusiasti. Ricordo di averlo visto giocare in occasione di una partita amichevole tra Italia e Argentina nel maggio di quell'anno, terminata 2 a 2. Dal vivo assistetti a un Juventus – Napoli 2 a 0 del dicembre 1984 in cui Favero (uno scarpone) non gli fece toccare palla. Conservo ancora da qualche parte il biglietto di quell'incontro, disputatosi al vecchio Comunale.

Non posso dire nulla di rilevante né di originale su Maradona, non sono Gianni Minà al quale concesse interviste irripetibili. Nell'apprendere con tristezza della sua morte, mi viene semplicemente da paragonarlo a Caravaggio: la stessa spropositata esuberanza vitale, lo stesso talento creativo.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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