Io sono le mie paroleIo sono realmente le parole che pronuncio o scrivo. Comprese quelle che lascio inespresse, non-dette, oppure che cancello con un click immediato. Le parole non rappresentano soltanto il mio pensiero ma costituiscono nei fatti il mondo che abito da una vita. Il mondo che pezzo per pezzo, un mattone alla volta, ho costruito, arredato e nel quale mi muovo quotidianamente. Un mondo nel quale mi ritrovo, sebbene (o forse proprio perché) piccolo e imperfetto, bisognoso di cure continue. Spesso di silenzio.
Come sosteneva Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus, i limiti del mio linguaggio significano anche i limiti del mio mondo. Ma il mio linguaggio, per quanto povero e difettoso, è tutto ciò che sono.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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