Ho raccontato forse troppo delle donne che ho amato. Il mio intento era del tutto innocente: volevo semplicemente preservare dal tempo quei volti che serbavo in cuore e le storie che recavano con sé.
Ho raccontato forse troppo delle donne che ho amato. Il mio intento era del tutto innocente: volevo semplicemente preservare dal tempo quei volti che serbavo in cuore e le storie che recavano con sé.Dici? Mi spiace.
Personalmente ripesco con piacere questi ricordi. Mi pare quasi che si depurino col tempo, come se rimanesse solo il precipitato, privato delle ansie o delle aspettative dell’ epoca.
Ma forse capisco quello che intendi, il rischio è raccontare, estrarre dallo scrigno e, non solo rimirare, bensì condividere, narrare.
Eppure sai che ti dico? Che la bellezza parla, la bellezza di un viso, di uno sguardo, di un momento, se è racchiusa nella memoria di una persona che sa usare così bene le parole, allora non potrà che emergere in parole, frasi, racconti e narrazioni.
È il tuo dáimōn, Pim.
Pensa che stai regalando, non che te ne privi.
merci beaucoup
Hai preso nel segno, Marco: il mio δαίμων vuole essere assecondato e non posso fare a meno di scrivere. Non sempre però i ricordi si depurano con il tempo: a volte sembrano volute di fumo che si innalzano e si avvolgono a spirale su sé stesse. Usando la scrittura come strumento vorrei disperdere la nebbia, fare chiarezza, agire per via di levare: mi accorgo invece che, ogni volta che ci rimetto mano, il passato si complica vieppiù in mille trame. Provo allora l’esigenza di ritornare al punto di partenza e che cosa trovo all’inizio di ogni storia? Uno sguardo, nudo e puro. Sento il bisogno di ripartire da lì. Non smetterò di raccontare la mia versione delle cose, di illustrare il mio punto di vista, però l’unica realtà immutabile resta quello sguardo.
Grazie per le tue parole e per avermi aiutato a prendere consapevolezza.
Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)
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