Il volto e la mascheraMi trovo seduto nella sala da pranzo di una nave da crociera che sembra la mensa di una RSA. Da un sogno mi aspetterei qualcosa di meglio, ma il mio Inconscio è fatto così. Bòn.
Seduto al tavolo, proprio di fronte a me, vedo Carlo Verdone. È travestito da esploratore, con tanto di occhialoni da motociclista anni Cinquanta, probabilmente per non farsi riconoscere dagli altri viaggiatori. Lo posso capire, l'ambiente è piuttosto deprimente se non squallido. L'espressione imbronciata, scazzata, che ha dipinta sul volto è la stessa di Furio in Bianco, Rosso e Verdone.
Mi torna in mente quello che un amico giornalista romano mi confidò, cioè che lontano dai riflettori Carlo ha modi piuttosto scostanti.
Fa niente. Provo a fare lo spiritoso dicendogli che pare di essere su un cargo battente bandiera liberiana. Lui fa una smorfia, si alza e se ne va borbottando qualcosa tra sé e sé.
Mentre sono in fase di risveglio mi esce spontanea una considerazione: mascherarsi è la maniera migliore per essere sé stessi.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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