La casa in cui nacque Donatello si trova nella Piazza del Santo, quasi di fronte alla Basilica. Poco lontano, ad un centinaio di metri dalla Casa del Pellegrino, due targhe poste sulla facciata di un edificio ricordano il luogo in cui Tommaseo e Rosmini risiedettero da studenti. Nei pressi del Caffè Pedrocchi una lapide murale commemora Cesare Battisti. In una viuzza poco lontano un'iscrizione rievoca la figura di Ezzelino da Romano, il quale si inginocchiò ove un tempo si ergevano le porte della città.
Sì, la piazzetta è proprio quella davanti al Pedrocchi, con le colonne doriche e i leoni in pietra. Richiamo poco alla volta un’immagine che ho conservato nella sede più antica della memoria. Pezzo per pezzo rimetto insieme i frammenti del puzzle facendoli combaciare con quanto mi si presenta davanti agli occhi.
Era una tiepida sera di metà settembre. Un chiarore soffuso di color arancio creava un’atmosfera irreale, sospesa, come quando si trattiene il respiro. Con uno svolazzo di bacchetta magica, la piazzetta sembrava essersi trasformata in un salotto neoclassico ampio e confortevole. Lidia ed io eravamo intenti ad ascoltare un eccellente chitarrista di strada che si stava esibendo circondato da un gruppo di ragazzi come noi. Le canzoni che proponeva trascinavano i nostri cuori innamorati in una dolce tempesta di emozioni, dalla quale ci lasciavamo travolgere senza provare a difenderci. Lei si era stretta a me, abbandonata in un abbraccio avido dal quale si scioglieva solo per baciarmi, a lungo e con passione. Ad un certo momento, intorno ai suoi occhi color ghiaccio, comparvero due grosse lacrime dense di commozione che presero a scivolare lente sulle guance sino a ricadere sulla mia camicia. Rimanemmo così, immobili, senza parole da scambiarci, con gli sguardi che andavano a perdersi nel cielo notturno, sorpresi e sopraffatti da tanta tenerezza. Per un istante – o un’eternità – le nostre anime si fusero in una sola entità, purissima, cristallina. Un miracolo che può accadere soltanto quando si è molto giovani e ci si ritrova del tutto disarmati, arresi all’amore che sopraggiunge e sconvolge.
Mi riscuoto con qualche indugio da questo flusso di ricordi e mi rendo pian piano conto che sono trascorsi quasi quarant’anni. No, non percepisco più nulla che mi leghi alla realtà di quel tempo se non lo spazio fisico della piazza in cui mi trovo. Resta appena un brandello di memoria vistosamente consumato a congiungere il me stesso adolescente e l’uomo che sono diventato.
Mi domando allora se sia così necessario rimettere in scena nel mio teatro interiore queste scene sbiadite, rimasta appese – non so come – tra un neurone e l’altro.
Eppure, non conosco altro modo per definire la mia identità se non attraverso le storie che ho vissuto. È nella ricerca assidua di una continuità attraverso le discontinuità dei ricordi che affido il senso della mia esistenza. Sono io il legame che unisce le cose viste e le persone incontrate, i pensieri e le azioni che ho compiuto. Ciò che conta non è chiedermi se e come sia cambiata la realtà ma quale associazione io posso scoprire tra quella realtà svanita e il me stesso che sono ora.
(aprile 2023. Photo by Pim)







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