La noiaLa noia. Odio la noia, le compagnie pesanti, i discorsi conviviali e di conseguenza le cene inutili. Non ci vado mai, se non quando costretto dall'educazione o dall'etichetta. Mi angoscia l'idea di restare con la forchetta sospesa a mezz'aria e lo sguardo perso nel vuoto. Mi terrorizza l'imbarazzo di farfugliare ovvietà al mio vicino sulla squisitezza delle vivande e la cortesia del padrone di casa. Sotto la maschera imbandita del galateo la realtà sa essere meno ricercata di una recita.
Ho sempre pensato che sarei schiattato in una di queste tavolate interminabili, reclinando senza garbo la testa nel piatto, come ghermito da un fatale colpo di sonno. Oppure strozzato da un boccone goloso andato di traverso per distrazione, mentre i commensali intorno urlano per l'orrore.
Una volta lo chiesi a uno specialista della mente, il quale mi rispose affermativamente: sì, di noia si può anche morire.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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