Beati i bimbi che giocano

Beati i bimbi che giocano nei cortili, tra strilli giocosi e ombre di nuvole spumose, con quell’allegria spensierata che i pensieri non hanno ancora imparato a scalfire. Beati loro che corrono veloci dietro al pallone come rondini impazienti, quando il sole coccolone pare non voglia tramontare mai e ogni risata si trasforma in un raggio sull’asfalto tiepido. Una brezza sottile sembra accarezzarli a uno a uno, pettinando i capelli arruffati, asciugando il sudore sui visetti congestionati.

Tirano palloni contro i muri come se bussassero alle porte del futuro, senza chiedersi se qualcuno sia là dietro ad aspettare. E gonfiano le gomme delle biciclette mostrando la stessa impazienza con cui il petto si tende per prendere fiato, quando sta per cominciare una nuova avventura. E poi partono sfrecciando in tutte le direzioni, verso un orizzonte che cambia continuamente a ogni pedalata.

Fare la punta alle matite diventa un rito magico – il profumo del legno appena inciso, i trucioli colorati, la punta perfetta, pronta per incidere il foglio bianco. I quaderni si riempiono di disegni che descrivono un mondo improbabile, dove mamma e papà sono alti come alberi, le case hanno i tetti lilla, i camini sputano fumo azzurro, in cui si aggirano animali parlanti mentre, dall’alto, il sole fa la linguaccia.

Beati i bimbi che non conoscono ancora la nostalgia e intanto sognano giornate sempre così, felici, senza memoria, dove tutto appare possibile e nulla può fare paura. Le portano dentro sotto forma di promessa, in un tempo che non conosce ieri né domani né mai.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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