L’amour ouf

L’amore che non muore (L’amour ouf), di Gilles Lellouche, con Adèle Exarchopoulos, François Civil, Mallory Wanecques, Malik Frikah (Fra/Bel, 2024, 166′). In visione su Sky.

Il titolo italiano fa cadere le braccia per la sua inconsistenza. Quello originale, L’amour ouf, suona invece azzeccato e significativo. Ouf è l’inversione fonetica di fou, espressione tipica dello slang giovanile, e sta per assurdo, pazzesco, da urlo.

Il film racconta l’amore contrastato tra due adolescenti, Jackie e Clotaire – lei per bene, lui per male – che si incontrano davanti al liceo di una città industriale nel Nord della Francia (chi la conosce sa che è Lille). Sono due anime irrequiete che si innamorano contro ogni logica, si perdono e si ritrovano, irrimediabilmente attratte da un destino comune.

L’amou ouf è un bel saggio di cinema come piace a me: temi tosti, dialoghi ficcanti, ritmo serrato. Sono 166 minuti da percorrere senza cedimenti in una successione di citazioni e cambi di registro talvolta eccessivi ma adeguatamente calibrati, mai fuori misura.

Lellouche padroneggia questo caos organizzato guidando con mano sicura un cast ben amalgamato, sostenuto da una fotografia spettacolare e una colonna sonora appropriatissima. Chapeau bien bas.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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