Il bar era quasi vuoto, immerso in quella luce di fine pomeriggio che attenua tutto: i rumori, i pensieri, la percezione del tempo che scorre. Emma ed io sedevamo a un tavolino d’angolo con due tè caldi tra le mani, come se fossero solo un pretesto per restare insieme ancora un po’.
«Sai», dissi dopo un lungo silenzio, «ho imparato una cosa, nella vita. Che non tutti sanno amare. Molti amano l’idea che hanno dell’amore, non le persone.»
Emma fece un cenno con la testa, lo sguardo perso fuori, verso la strada. «Già. Inseguono emozioni forti per riempire i buchi della loro anima. Ma da quei buchi, prima o poi, escono i mostri che non vogliono affrontare.»
Mi passai una mano tra i capelli. «E quando quelle emozioni finiscono, vanno alla ricerca di altre emozioni, e poi di altre ancora. Inseguendo qualcosa che, forse, neppure esiste.»
Emma abbassò gli occhi, poi concluse con voce bassa: «Amano sé stessi che amano. È un loop egocentrico, perverso. L’amore è soltanto uno specchio che rimanda la loro immagine.»
Le parole caddero come una verità risaputa. Rimanemmo fermi, ad ascoltare il rumore dei cucchiaini contro le tazze e il brusio lontano del traffico.
Avrei voluto domandarle se in quello specchio fosse riflessa la sua immagine oppure la mia, ma non fui tanto impudente e decisi di tacere.
Fuori, la luce si faceva più bassa, come se anche il sole che filtrava tra le tende avesse deciso di prendersi una pausa per pensarci su.








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