Ieri pomeriggio vado a dare la spesa in un supermercato della provincia torinese. All’uscita, mi ferma un ragazzo in elegante abito scuro che sembra un venditore d’enciclopedie. “Posso regalarle un cronometro?” Rimango interdetto. “Di che si tratta?”. “Devo farle solo una domanda”. Oddio, che mi chiederà adesso? L’eziopatogenesi del morbo di Takayasu, la formula bruta del benzopirene, come si chiama il presidente dello Zambia, chi ha scritto Materialismo ed empiriocriticismo… “Si ricorda quante sono le mascotte di queste Olimpiadi?”. Strabuzzo gli occhi: tutto qui? “Due. Neve e Gliz”. “Bene, mi ha anche detto i nomi. Il suo cronometro se l’è meritato davvero”. Ancora sbalordito, ringrazio con un sorriso.

Il cronometro è di pura plasticaccia, però funziona. Lo utilizzerò per sapere quanto tempo impiego a percorrere la distanza tra il divano e il letto.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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