Stanotte lascio il cellulare acceso. Potresti svegliarti e avere bisogno di me. Ho cura di te, della tua insonnia, della tua dolcezza infinita, delle tue segrete fragilità. Come tu hai cura di me, del mio sentimento, dei miei slanci, delle mie inquietudini.

Questi pensieri mi inteneriscono. Vorrei piangere di gioia per averti trovato, e di tristezza per non esserti adesso accanto. E invece sorrido, perché so che tu vuoi così, mentre ti abbraccio scompigliandoti i capelli, mentre ti tengo le mani e ti bacio sulle labbra.

Non sono soltanto fantasie. Credo che, da qualche parte nell’universo, questo accada davvero. Che vi sia un rifugio celeste dove tu ed io ci incontriamo. Per non lasciarci più.

(15 maggio 2005)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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