Per quel poco che ho provato, e che quindi posso capire, l’anima si manifesta soltanto in certe straordinarie situazioni e per attimi brevissimi. Poi si rintana immediatamente nel corpo, ancor prima di lasciarsi riconoscere in modo compiuto. Perché rifugge da qualsiasi tentativo di cognizione, o forse semplicemente per capriccio. Non lo so.
So tuttavia che ho vissuto tale fulminea epifania nella cattedrale di Chartres, inghiottito nelle viscere di questo gigante poderoso che affascina e intimorisce ogni viaggiatore. Davanti all’Ascensione, di fronte all’altare maggiore, ho distintamente percepito l’anima affacciarsi alla porta del corpo e varcarla per un istante. L’ho avvertita mentre, dopo una prodigiosa ascesa, si rivelava fresca e pura alla voce misteriosa che l’aveva chiamata. In quel momento ho avuto la sensazione di far parte di un’entità sconosciuta che, respirando in comunione con me, assurgeva ritmicamente dalla cripta sino alle torri per ridiscendere lungo le vetrate. Poi la vertigine è svanita, d’improvviso com’era comparsa. Cessato quell’invisibile bagliore, mi sono ritrovato solo, abbandonato da quella presenza metafisica che si era irradiata intima eppure estranea. E subito ne ho sentito un’immensa nostalgia.
Ho pensato allora che l’anima è piccola e che, in mezzo al groviglio dei pensieri, può perdersi facilmente. Invece qui – in quest’oscurità duecentesca cui a stento l’occhio si abitua –, qui – in questo silenzio acufenico che striscia nelle orecchie –, qui – in questo brulicare di passi, nel bisbiglio delle preghiere, tra mille ceri fiammeggianti e Madonne nere –, proprio qui – dal sonno della ragione in cui s’era adagiata – ha ritrovato la propria smagliante trasparenza. E per una frazione d’attimo, ha visto senza vedere quel barlume di luce che il giorno ostinatamente nasconde.
(Agosto 2000)







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