È un’illusione pensare che la nostra immagine sia solo un’apparenza dietro alla quale si cela l’Io. È vero invece il contrario: l’unica realtà, fin troppo afferrabile e descrivibile, è ciò che di noi appare agli occhi degli altri. L’uomo non è che la propria immagine. Il peggio è che non ne è padrone. Basta una fotografia, e veniamo trasformati per sempre in ciò che non siamo, senza aver modo di controllare questo processo perverso. La creazione di un’immagine può allora diventare qualcosa di più del potere: quando non rende più testimonianza, ma confeziona un’allegoria. E ogni volta che si gioca con i simboli, la verità sfugge di mano.
L’isola di Iwo Jima, sperduta tra le Marianne e il Giappone, fu conquistata dopo ventisei giorni di accaniti combattimenti che costarono agli americani settemila morti e ventimila feriti. Che cosa ci rimane della battaglia? Una fotografia scattata alle 13 del 23 febbraio 1945, che ritrae una pattuglia nell’atto di innalzare la bandiera stelle e strisce sulla cima del vulcano Suribachi. Eppure quel frammento istantaneo di spazio e di tempo divenne l’icona della Seconda Guerra Mondiale.
Sulla trama cruenta della vicenda s’innesta con grande efficacia Flags of our Fathers. La messinscena mediatica intorno a quella fotografia, volta a recuperare fondi da destinare allo sforzo bellico, incastra tre giovani soldati trasformandoli, con una formula maligna, in una pietosa caricatura. L’uso strumentale che fa la propaganda della realtà, forzandola, piegandola, spiega Eastwood, è una tragedia più complessa della guerra stessa, dalla quale appare impossibile liberarsi. L’immortalità ha un significato che non possiamo stabilire in anticipo.
Flags of our Fathers di Clint Eastwood con Ryan Philippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Jamie Bell (Usa 2006, 132’)





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