Percorro a piedi un tratto di parco non lontano dall’ospedale. Sono immerso nei pensieri come un pesce nell’acqua, e mi accorgo con un certo ritardo di due ragazzini che si avvicinano da dietro. Quando uno dei due mi chiama, mi volto di scatto. È un maghrebino di tredici o quattordici anni, però non è improbabile che abbia qualcosa di meno. Vuoi fumo? Lo guardo male. No. L’altro insiste. Fumo? Ti ho detto di no. Mi allontano bruscamente e riprendo il cammino, lasciando che m’insultino in arabo.
Sono incerto. Per un verso mi fanno pena: dovrebbero essere a scuola, invece sono sfruttati, costretti a spacciare per sopravvivere. Ma penso anche che nessuno li obblighi, che siano lì per scelta, perché sanno di poter guadagnare, facilmente e in fretta. La verità ha molti risvolti, e nessuno di questi mi piace.







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