Cammino solitario lungo i corridoi dell’ospedale illuminati dai neon. All'improvviso m’imbatto in Lidia. Sorpreso, cerco prontamente di evitarla. Lei invece mi ferma, sorridente, con fare confidenziale. Ho subito la sensazione che non mi abbia riconosciuto, preso per un altro. Come fa a non capire chi sono, mi domando perplesso e un po’ sconcertato. Non posso essere così cambiato in questi anni. Eppure – tutta moine e sorrisi eloquenti – continua a flirtare con quell’aria impudente che mi è ben nota.
Nella mente si fa strada un’idea beffarda: approfittare della circostanza. E agire in modo tale che, questa volta, sia lei a tradire il proprio uomo. Rovesciare cioè la situazione che capitò quando mi abbandonò per lui. Vendetta, tremenda vendetta. Iniziamo allora ad uscire insieme. La invito a cena, poi a ballare. Ci divertiamo. E diventiamo sempre più intimi. Finché una sera, presi dalla passione, finiamo per fare l’amore. Alla grande, come ai tempi che furono.
Lidia mi conduce nel reparto dove lavora e mi presenta a qualche collega. Fingo d’essere uno scrittore, ma temo che qualcuno possa ricordarsi di me. Cosa che per fortuna non accade: io non conosco nessuno, e nessuno mi identifica. Ci appartiamo in uno studiolo. Lei si siede su uno sgabello e divarica spudoratamente le gambe. Indossa un reggicalze nero, è senza slip. Le chiedo il motivo, risponde che non le porta più dall’età di dodici anni. Bugiarda, penso, so benissimo che menti, adori apparire come una donna spregiudicata. Mi avvicino, la tocco. È visibilmente eccitata. Consumiamo l’amplesso su un lettino, e poi in terra. Le domando se prova rimorso perché sta tradendo il proprio uomo. No, risponde, adesso voglio te. E se fosse lui a tradirti, insisto. Dovrei trovare il coraggio, però lo lascerei.
Schifosa, ipocrita. Mi alzo e sbottono la camicia che fino a quel momento avevo tenuto chiusa. Alla vista della cicatrice sul torace, lei lancia un grido, gli occhi sbarrati per la sorpresa, il viso che lentamente si deforma come l’Urlo di Munch. Dio mio, dio mio, no. Tu. Sei tu. Sogghigno. Sì, sono proprio io. Mi riconosci, ti ricordi di me, vero. Sì che ti ricordi. E ora, cosa farà lui quando gli dirò che l’hai tradito. Sì, lo sai: ti lascerà, proprio come ho fatto io. Non hai scampo. Rimarrai sola, con un doppio rimorso a divorarti il cuore per l’eternità.
Mi risveglio di soprassalto, compiaciuto, appagato. Poi mi riscuoto, gradualmente, guardo intorno e cerco di far mente locale. La luce del giorno filtra tra le persiane, rischiarando la stanza. Che cosa è successo. Perché soltanto stanotte, dopo tanti anni, il mio inconscio ha stabilito di farsi finalmente giustizia. E in questo modo. Eppure, credevo di essermi liberato per sempre di Lidia. Non riesco a darmi una spiegazione plausibile. Se non che i lupi li scacci dalla porta, ma ogni tanto, chissà perché, rientrano dalla finestra.
(Ottobre 2004)







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