Millemila babbinatali si materializzano all’incanto nei volti gai dei negozianti al topico momento dell’epico acquisto. E millemila euri che riescono dalle tasche si volatilizzano all’istante sfarfallanti lievi nell’empireo empio e reo del déjà-vu. Son fiori di Bach e palle di Mozart, son suoni argentini di campanellini e gusti tosti di caldarroste per le strade affollate di genti affannate nella corsa al loro. Ripenso che vi fu un tempo in cui santi e canti mi facevano sgorgare lagrime copiate dallo stomaco, in cui scartavo doni già scartati da altri per cui alla fine nessuno mi regalava mai nulla. Adesso invece mi regalano più suggestioni non tanto i capelli che cadono, quanto quelli che si rialzano. E non la dentiera che balla, bensì quella che canta.
(A tale mot d’esprit il mio umore, che era diventato topo bigio, si risollevò d’amblais dal pavé e piroettò per un po’ come il capello a cilindro di Fredastaire.)
Ora mi sento davvero meglio, e allora ascolto impavido gli affamati linfociti gongolar da loro pari alle viste del lauto cenone batterico che li attende nel mio cavolo orale. Certo, sarà una guerra purulenta e colliquante, ma alla fine l’arbitro scuro fischierà la fine e sancirà la sonora sconfitta del mio maldigola. Da un cinemino forno escono belli cotti quatti + quatti (= otti) omini che strisciano lungo i muri come il gatto san Silvestro. E mi figuro che si chiedano perché ci sono andati, se sono venuti, e se hanno scritto per dare notizie di sé. O di qualcun altro che non hanno conosciuto mai.
All’angolo un angelo mi ferma e mi chiede se gli compro un numero di lotteria continua. Ma io gioco a scalcio con la memoria, e un minimo amnesico aleggio lontanino come un volantino senza pedalini né automobilina. Vago e mi svago, come un magio randagio inseguo adagio la stessa cometa che remota s’invola nei cieli di stagnola per ogni presepe. Al fulgore fugace di un lampo fulmineo all’istantanea mi volto, perché di nuca non vengo mai bene. Ma è soltanto l’ottesimo abete inebetito, con tutte le lampadarie e tutte le palle.
Che palle ‘ste palle, che barba ‘ste barbe di babbonatale. Vorrei tanto passare il tempo come un tempo, cioè a stornare le cavalline. Quando al Chiaro di Luna scrivevo parole d’amore per la Mia Amata con l’inchiostro più simpatico che avevo.
E quanto vorrei inviare a ciascuno di voi ecumenici auguri di buonnatale buonanno buonafineemigliorprincipio a mano oppure in lavatrice – come si faceva una volta o due fa. Invece sappiamo bene che internet è opera del demanio. Perciò mi ritrovo mi riperdo e ancora mi ritrovo a digitare su una tastiera croccante 4+4 idiozie di noraorlandi con la consunta presunzione di apparire originale come il primo peccato e senza scagliare l’ultima pietra. Invece, peccato solamente per quella segreta coscienza di essere notoriamente un poco demente. Perché forse bisogna essere davvero dementi a dar retta ed obliqua ad uno come me come faccio io con me.
Abbiate allora pazienza, o pietà, o entrambe le cose. Sappiate però che il mio augurio è sincero anche se ho appena mangiato una bugia. E ricordatevi sempre ciò che una volta disse Charlie Chaplin: una giornata senza un sorriso è una giornata perduta.
Con affettato affetto.
Pim + la slitta Rosebud





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