Segreti La sua voce proveniva dall’abitacolo di un’automobile, in sottofondo il ticchettio delle luci d’emergenza. Doveva aver posteggiato in uno spiazzo di fronte al mare, perché avvertivo uno sciabordio sommesso. Mi venne in mente una cosa: << Sai, stavo pensando che ho vuotato completamente il sacco >>. La sentii ridere. << Mi dispiace, ma a questo punto non ho più segreti da raccontare… >>. << Non ti pare già abbastanza quello che mi hai confidato? >>. Tacqui per un istante. << Ho trascorso giorni difficili, le tue parole mi hanno aiutato a non perdere il coraggio. Ti ringrazio. Di cuore >>. Avrei voluto aggiungere qualche altra espressione di riconoscenza, ma lei si schernì subito, ritenendola forse superflua: << Sono io che devo dirti grazie per aver avuto fiducia in me >>. Chissà se si era chiesta il motivo per cui mi ero aperto proprio con lei. L’avrebbe fatto? E quale risposta si sarebbe data?

(21 Dicembre 2006)

3 responses to “Segreti”

  1. Avatar montgolfier

    Alla prima domanda: sicuramente si.
    Alla seconda: pochi elementi per rispondere.
    (elemento di riflessione tecnica: suggestione delle forme brevi e a “levare”, suggestione dei ritagli che fanno immaginare più di quanto informino).
    Un saluto
    Mont

  2. Avatar Guizzo

    O forse le risposte sono nel titolo…….

  3. Avatar Pim

    Ti ringrazio per le considerazioni che hai tratto, Mont. In effetti mi piace scrivere in levare: per questioni di riservatezza, ma soprattutto perché trovo che la forma aperta funzioni come quei test(tipo il TAT) in cui l’osservatore interpreta una situazione poco definita in base alle proprie emozioni, ai propri sentimenti.
    In tal modo, io sono libero di raccontare fatti anche molto intimi (segreti, appunto), e chi mi legge può liberamente introdurvi elementi personali.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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