François Coste è un mercante d’arte di successo, frequenta molta gente, la sua agenda è piena di appuntamenti, tuttavia conduce una vita isolata. Durante una cena di compleanno, la socia gli lancia una scommessa: presentarle entro dieci giorni il suo migliore amico. La vincerà grazie all’aiuto del taxista Bruno, persona socievole ma altrettanto sola. A dispetto delle premesse, l’elogio dell’amicizia si ferma all’assunto e appare freddamente programmatico.
Leconte, altrove regista interessante, confonde qui la leggerezza con la superficialità, la semplicità con il semplicismo. La trama sciorina un repertorio di passaggi artificiosi, in cui si muovono con qualche affanno personaggi caratterizzati in modo forzato, per rifugiarsi in un prevedibile lieto fine. Non basta l’indubbia bravura dei protagonisti (più Boon che Auteuil) ad animare un film sostanzialmente spento, vagamente risaputo. La mia sensazione è che il Cinema francese sia inopinatamente entrato in una fase critica: le idee originali latitano e gli autori hanno smarrito la verve necessaria per raccontarle.
Il mio migliore amico (Mon meilleur ami) di Patrice Leconte con Daniel Auteuil, Danny Boon, Julie Gayet (Francia 2006, 95’)







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