Il frac, il cilindro, una sciarpa di seta bianca, i guanti, il bastone col pomello in avorio, una gardenia all’occhiello. Ecco, mi piacerebbe frequentare così la notte, scivolando da un hôtel della Côte a un pub di Dublino, dal lungomare di Algeciras alla piazzetta di Capri. Vita da viveur, ampi sorrisi, gesti morbidi, fasci di rose, sportelli di limousine, mance agli chauffeur.
Davanti agli occhi invece finestroni neri sul corridoio deserto, il chiarore piatto e senza ombre dei neon, il pavimento tirato a lucido, odore di disinfettante, le pareti imbiancate, qualche voce a mezz’aria. Fuori un buio appannato, un sottofondo indistinto, fanali che si muovono al rallentatore, la città che non dorme.
All'improvviso un ronzio, una luce che lampeggia, cigolio di letti, un gemito tirato. Tonfi di porte, ciabatte d’infermiera, il carrello della terapia che sferraglia, fiale, siringhe, cotone idrofilo, un bicchiere di carta, compresse da inghiottire. Notte di echi a perdersi, di cupo torpore, di caffè ristretti, sguardi da reduci, parole di naufraghi.
Dove vorresti essere ora. Su una spiaggia assolata, in un rifugio di montagna, su un bricco sotto la luna, sul ponte di una nave, in aereo a sorvolare le nuvole. Ma non dire a casa. A casa no. A casa no.





Rispondi