Ricordi_mea_shearim_6

Tutta una serie di archi su una piazza che richiama giorni perduti, quando le strade camminavano a piedi scalzi, e quella bottega di stoffe dal nome impronunciabile proprio vicino alla Porta di Sion. Dietro le mura guardinghe di Solimano il colle degli ulivi, così immediati da sentirne attraverso il soffio di Jahvé.
Sguardi che cercano, trovano, che non bastano ancora, fino a sorprenderla intima questa città fra racconti mitologici e modernità. I rintocchi delle campane, le stazioni della via dolorosa, il sepolcro, Yehoshua imprigionato nei vicoli. E i fast food pieni di ragazzine in Ben Yehuda Street, tutte uguali, tutte sorridenti, la parlata veloce e l’ombelico abbronzato, come fosse la stessa cosa essere nati e cresciuti a Gerusalemme o a Roma.
La quiete ovattata di una libreria, dita che scorrono da destra a sinistra fra le pieghe di una lingua scoscesa, la sensazione naturale di una distanza appena colmata, vedendola passare nei visi asciutti degli ashkenaziti.
Viaggiare come cura. Non è impensabile. In fondo i viaggi sono storie da incominciare a percorrere, nuovi ricordi da costruire frase per frase. Il silenzio dello shabbat, i rabbini davanti al muro occidentale, il brusio monotono delle preghiere, il gusto del pane con za’tar. I brividi allagano il sangue come vino che fermenta nelle mani a coppa. Resti appeso all’anima, non importa per quanto. Importa che avvenga. Spazio. Respiro. Sentire di essersi mancati dopo tutto questo tempo. E il mondo svanisce, scompare, ogni cosa si concentra in pochi blocchi d’opus quadratum.
Ricordi Me’a-She’arim? Ti ricordi com’eravamo felici? Un tratto brevissimo, un istante ravvicinato, dove la pietra chiara si confonde contaminandosi con le ombre di quartieri più cupi e difficili. L’abbiamo attraversato con passo elastico, le belle mani unite, gli occhi a fessura, le labbra umide, inalando profumo colorato di melograno e caffè.
Una valigia che arriva da lontano, un regalo da scartare, un universo da riempire. È sapere che siamo in cammino, qualunque sia, di essere noi stessi e in due, senza più paura di rimanere soli.
(Roma-Milano, 28 ottobre 2008)

8 responses to “Ricordi Me’a-She’arim?”

  1. Avatar Pim

    Ben Yehuda Street: la Via Condotti di Gerusalemme.
    Za’tar: timo.
    Me’a-She’arim: quartiere abitato dagli ebrei ultraortodossi.

  2. Avatar dragor
    dragor

    Un flashback degno di Proust. La storia, il sociale, l’ambiente e la natura fusi con il vissuto personale in un miscuglio affascinante. Grande Pim, riesci a esprimere il mondo con 1 riga
    drqgor (journal intime)

  3. Avatar Pim

    Per fortuna non mi vedi, Dragor, sono arrossito come un pachino. Proust… e detto da te, poi…
    Grazie!

  4. Avatar Fino

    Il desiderio della normalità di un popolo e dentro ricordi e un vissuto che va dal passato al presente.
    Buona serata
    Fino

  5. Avatar girasole

    Questa tua descrizione di un luogo e delle sue atmosfere intrecciate con un po’ d’amarezza quando ci s’impiglia in tratti anche troppo conosciuti. Quasi un pensiero “No, qui no,per favore…”
    Queste incursioni improvvise nella poesia, così frequenti nel tuo modo di scrivere.
    Questo ritrovare una dimensione di felicità
    che rimarrà eternamente legata a quel luogo, a quei paesaggi, a quegli odori. E’assistere fisicamente al nascere di un ricordo.
    Tutto questo mi ha fatto apprezzare questo bellissimo scritto.
    Ciao e buona giornata

  6. Avatar rosanna
    rosanna

    colpisce quest’atmosfera sospesa che impregna i luoghi e i corpi, di ritrovamenti e nostalgie, misteriosa come un sogno ad occhi aperti ben chiusi.
    pim, io non so che epserienze tu abbia fatto però (forse) sei molto più fortunato di quanto immagini.
    ciao.
    rosy.

  7. Avatar Pim

    Fino:
    Non tanto a Me’a-She’arim – dove gli ebrei ultraortodossi vivono praticamente fuori dal tempo – ma un po’ ovunque, nel Vicino Oriente, la gente ha un profondo bisogno di normalità. Israeliani, palestinesi, siriani, i nemici di un tempo non ne possono veramente più dei conflitti.

    Girasole:
    La Palestina non rappresenta per me soltanto un bellissimo ricordo ma un simbolo, un archetipo, un luogo dell’anima. Ed è da qui che nascono sentimenti e storie che provo a trasmettere.

    Rosy:
    Posso solo risponderti di sì, probabilmente è come dici.
    Grazie per i vostri interventi.
    Pim

  8. Avatar laura
    laura

    scrivi da dio, anzi da jahvé.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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