Ti voglio bene, gli disse appoggiando la guancia sul suo petto.
Lui avrebbe voluto domandarle se l’amava, ma preferì cingerla in un abbraccio silenzioso.

Io ti amo, dice Pelléas. – Ti amo anch’io, risponde Mélisande. L’imperiosa richiesta di Pelléas… muove dalla necessità, per il soggetto amoroso, non solo di essere contraccambiato nel suo amore, di saperlo, di esserne ben sicuro… ma anche di sentirselo dire, nella forma altrettanto affermativa, altrettanto completa, altrettanto articolata della sua; quello che voglio è ricevere direttamente, interamente, letteralmente, senza dispersioni, la formula, l’archetipo della parola d’amore:… ciò che conta, è il proferimento fisico, corporale, labiale, della parola: apri le tue labbra e lascia che quella cosa esca (sii osceno). Quello che voglio, disperatamente, è ottenere la parola.

Pensò che era meglio sottrarsi ad una probabile delusione.
Lei avrebbe trovato certamente il modo per non dargli risposta.
Solo per riservatezza, un’eccessiva cautela?

All’io-ti-amo vengono date risposte mondane di diverso genere: <>, <>, <>, ecc. Ma il vero respingimento è: <>: io vengo annullato in modo più sicuro se sono respinto non solo come soggetto domandante, ma anche come soggetto parlante…; è il mio linguaggio, ultimo appiglio della mia esistenza, che viene negato, non la mia domanda; per la domanda posso aspettare, rinnovarla, formularla in altro modo; ma, se vengo privato del potere di domandare, io sono come morto per sempre.

Sapeva di non avere il diritto di analizzare nei suoi sentimenti, che sono i gesti, non le parole, ad assumere significato.

Colui che non dice io-ti-amo (attraverso le labbra del quale l’io-ti-amo non vuole passare) è condannato a emettere i segni multiformi, indefiniti, dubitativi, avari dell’amore, i suoi indizi, le sue <>: gesti, sguardi, sospiri, allusioni, ellissi: egli deve lasciarsi interpretare

Al cospetto del suo mutismo lui ricorreva a perifrasi. Diceva: il nostro sentimento, il rapporto che ci unisce, la relazione che abbiamo. Si era infine rassegnato a quella formulazione generica e poco impegnativa che è: ti voglio bene.
Non osava più nominare l’amore.
Tanto da chiedersi se nel frattempo, continuando a tacerlo, non si fosse allontanato, offeso.

(Le citazioni in corsivo sono tratte da Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes)

5 responses to “Io-ti-amo”

  1. Avatar Fino

    Questo libro di Roland Barthes campeggia nella mia biblioteca. Lo considero una sorta di breviario laico del linguaggio amoroso.
    Buon week end lungo anche a te Pim
    Fino

  2. Avatar zia elena

    “Si era infine rassegnato a quella formulazione generica e poco impegnativa che è: ti voglio bene.
    Non osava più nominare l’amore.
    Tanto da chiedersi se nel frattempo, continuando a tacerlo, non si fosse allontanato, offeso”.
    Già, è proprio così!
    Un abbraccio.
    Elena

  3. Avatar rosy
    rosy

    di un’intensità dolorosa…

  4. Avatar Prishilla

    A mio parere è più probabile che si allontani, offeso, quando viene citato a sproposito, o, peggio ancora, continuamente evocato nella speranza che nominandolo diventi realtà!
    Prish

  5. Avatar Pim

    Più o meno è lo stesso, Prish: se le cose non le nomini, o le chiami con il nome sbagliato, esse se ne vanno…

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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