I film di Clint Eastwood hanno un taglio classico. Cinema come arte di raccontare. Sono storie che parlano del bianco e del nero della vita, delle luci e delle ombre dei sentimenti. Che portano lo spettatore a identificarsi nei personaggi, a gioire e soffrire con loro.
Million Dollar Baby non è un film sulla boxe: la boxe è utilizzata solamente come metafora dell’esistenza. È un film sul tema dell’Edipo e sull’eutanasia, ma che narra soprattutto di scelte sotto il cui peso ci si deve spesso piegare. Lo fa con tocco secco eppure delicato, accennando più che descrivendo, trattenendo la commozione. “Tutto nella boxe funziona al contrario. Per spostarsi a destra, devi spingere sull’alluce sinistro; a volte, per tirare un colpo vincente si deve arretrare. Nella boxe, invece di allontanarti dal dolore gli vai incontro”.
Di Eastwood colpisce soprattutto lo sguardo lucidamente etico: la ragione non cede alla disperazione, la razionalità asciuga l’emotività, il rigore morale è più forte dello smarrimento di fronte al dolore assoluto. L’essenzialità scabra dello stile cinematografico sottolinea la misura, sfumando toni che se fossero troppo accesi non sarebbero credibili.
Invecchiando, Clint non fa che migliorare. Il suo sguardo etico, disincantato ma tenero, mi coinvolge molto. Confesso che un giorno vorrei essere (almeno un po’) come lui…
Grazie, Fino e Irene, un abbraccio.
Pim
Che recensione! Concordo in pieno sui film e sul personaggio. Ad eccezione di I ponti di Madison County che cade sovente nel melenso stereotipato.
luigi
“I ponti” per me è un film stupendo, ma si tratta di un (pre)giudizio viscerale: la visione mi provocò un tumulto interiore indescrivibile, perché capii che, un giorno, quella sarebbe stata la mia storia. E infatti lo fu…
Anche noi uomini duri, nella velata oscurità di una sala cinematografica, sappiamo commuoverci…
Ciao Luigi, buon week end.
Pim
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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