
Nel buen retiro di Hammamet, costretto all’immobilità dalla malattia, Craxi non era un esule, un perseguitato, tantomeno un martire. Era un fuggiasco, e quella fuga l’aveva scelta per sottrarsi alla giustizia. Era un latitante internazionale, colpito da condanne definitive che nessuno, in uno stato di diritto, avrebbe potuto cancellare. Sbagliò a sottrarsi, sbagliò a non tornare: per rispondere delle accuse rivolte, magari per dimostrare quelle lanciate contro l’intera classe politica. Craxi non era un faccendiere che doveva rifarsi una vita a Santo Domingo, bensì uno statista che doveva riscattarla in Italia.
Bisogna rispettare il dolore della figlia, la quale inveiva “l’hanno ammazzato, l’hanno ammazzato”. Va detto però a chiare lettere che Craxi non morì per mano del pool di Mani Pulite, di Borrelli, di Di Pietro. Che non morì a Hammamet perché qualcuno non voleva farlo rientrare in Italia, visto che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari al San Raffaele. E non c’è alcun elemento per ritenere che il suo diabete fu curato male.
In occasione del decennale della morte, l’establishment nostrano si sta prodigando in un’operazione revisionista a reti unificate, sebbene non sia emerso un solo fatto nuovo a mettere in dubbio le conclusioni che trassero i giudici.
Ricordiamo che Craxi venne condannato con sentenza passata in giudicato per corruzione e finanziamento illecito; negli altri processi che lo vedevano imputato, in alcuni già condannato in primo o secondo grado, i reati furono considerati estinti a causa del decesso. Ricordiamo i fatti: il sistema delle tangenti come prassi per sovvenzionare i partiti (anzitutto l’asse di potere che sosteneva il CAF), gli imprenditori che gonfiavano i costi dei lavori, la spesa pubblica fuori controllo, lo Stato sull’orlo della bancarotta. Nonostante tutti i partiti fossero in varia misura integrati in questo mostruoso meccanismo di corruzione, Craxi ne fu il catalizzatore principe, il responsabile primo e più spregiudicato: gestendo direttamente tutte le iniziative illecite, i conti aperti all’estero sui quali confluivano le tangenti, realizzando interessi economici personali.
E ricordiamo le monetine che la gente gli scagliò fuori dall’Hotel Raphaël, canzonandolo con un “Vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste”. Ebbene: dov’è finita oggi quella gente, dove quello sdegno popolare, quella legittima indignazione? Com’è possibile che tanti abbiano cambiato idea, finendo per rieleggere le stesse persone o i loro diretti eredi? Com’è possibile che nomi illustri della politica, del giornalismo, della cultura, che fino al giorno prima glorificavano Mani Pulite, abbiano preso le distanze o si siano rimangiati tutto in modo disinvolto e spudorato?
Sopire e troncare, troncare e sopire: ecco cos’ha saputo fare il potente partito degli inquisiti, dai politici agli imprenditori, con la prezzolata collaborazione dei media. Ha distorto i fatti, occultandoli, mistificandoli, criminalizzato i magistrati, instillato nell’opinione pubblica il dubbio di complotti alludendo a sentenze politiche. Finendo per resettare l’intera vicenda Tangentopoli dalla memoria collettiva, in un gigantesco lavaggio del cervello che ha completamente capovolto la percezione dello scandalo.
Nonostante le sentenze diventate definitive abbiano stabilito molte verità, bisogna ammettere che ha vinto la casta degli impuniti. Molti di loro, intoccabili, sono oggi ancora là, in prima fila, sugli scranni del Parlamento, a commemorare chi per primo è riuscito a immunizzare la classe politica dalla giustizia.
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