Quando mi trovo all’estero, l’Italia non mi manca. Sto bene: cammino per le strade, prendo l’autobus o la metropolitana, parlo con la gente (meglio in francese che in inglese), assaggio i cibi locali, guardo la televisione. Mi muovo leggero, senza sforzo apparente. A piacermi è soprattutto la dimensione del viaggio, vivere on the road. Uno stato della mente che sperimento ogni volta, insensibile agli inconvenienti: se capita un problema, lo risolvo e riparto.
Nel rientrare in Italia provo invece una stretta al petto. Anche se ad accogliermi è il paesaggio innevato del Monte Bianco, così piacevolmente festoso. Aleggia una cortina fumogena, evidente solo a chi ritorna dopo qualche tempo. Qualcosa d’insalubre nell’aria che si respira, qualcosa che non ho percepito neppure nel cielo inquinato del Cairo o sopra i grattacieli di Londra. Non proviene dai tubi di scarico dei tir che corrono sull’autostrada, dalle sigarette di qualche automobilista fermo a questo autogrill, né dai camini accesi degli alberghi di lusso in fondo alla valle. Sono microscopiche particelle gassose che, inalate senza volere, penetrano incessantemente gli alveoli polmonari. Dosi refratte subletali che colano nel sangue avvelenando piano piano il cuore e il cervello. Bloccano il fluire dei pensieri, annebbiano le idee, incartano le emozioni, ammalano i sentimenti. E al contempo abbassano la soglia dell’ansia, rendono instabile l’umore, scaricano l’aggressività.
Non so cosa sia, ma è qualcosa nell’aria corrotta di questa Italia ad ammalarci. Qualcosa che ritrovo sui titoli dei giornali esposti nell’edicola, nei notiziari che mi giungono di nuovo alle orecchie, nei discorsi infervorati di qualche avventore. Qualcosa che disturba, smarrisce, intristisce, disgusta. Qualcosa che mi spinge ancora lontano, verso un altrove che sta ovunque tranne qui.
(Aosta-Torino, 14 marzo 2010)





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