Cimitero di Gassino, domenica mattina. L’aria piacevolmente fresca non fa presagire il calore furibondo delle prossime ore. Alcune persone percorrono il viale verso la grande croce. Una giovane donna con l’innaffiatoio si reca alla tomba del figlio, morto quattordicenne, una signora attacca discorso con tutti i passanti, una coppia è raccolta in preghiera davanti a una schiera di loculi che sembra un condominio.
Alzo lo sguardo. In alto, ultima fila, uno spazio grigio di cemento fresco, manca ancora la lastra di marmo: segno di una sepoltura recente, improvvisa. Solo un nome, stampato a caratteri neri su un foglio bianco. Non mi è nuovo, sono sicuro di averlo già udito nei giorni scorsi. << Ha visto? >>, sussurra la signora che attacca discorso con tutti: << Sì, è proprio lei. L’hanno seppellita ieri >>. << Perché a Gassino e non a Riva di Chieri? >>, domando. << Non so, forse qui ha dei parenti >>.
Nei miei occhi appare un’immagine femminile, occhi e capelli scuri, come la fotografia sul giornale, che apre la porta di casa. Di fronte sta un uomo, agitato, paonazzo – oppure no, pallido e gelido. Le dice qualcosa, parole masticate in fretta, un rigurgito rauco, incomprensibile. Stende il braccio, in mano ha una pistola. Esplode un colpo, in pieno viso, e in rapida successione un secondo, un terzo. La donna crolla di schianto a terra, nel proprio sangue, mentre fuori campo si sente il portello di un’auto che sbatte, l’urlo del motore, e poi più nulla.
Ci sono molti fiori ai piedi del loculo. Come una carezza, a lenire tutto quell’orrore. L’amore può essere il più crudele dei travestimenti sotto cui si cela la follia.







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