Ha vinto la Spagna, era una tra le favorite. Ha deluso, in modo inaspettato, l’Italia campione del mondo uscente. Hanno giocato bene le squadre organizzate, giovani, multietniche. Hanno perso quelle imbolsite (Italia, Francia), mal concepite (Argentina, Brasile, Inghilterra), quelle che facevano affidamento sulle individualità non inserite in un contesto tattico adeguato. I Mondiali del Sudafrica hanno dimostrato soprattutto questo: non bastano i cacciatori di gol, sia pure di qualità sopraffina – Messi, Kakà, Cristiano Ronaldo, Rooney. Il calcio attuale esige squadre solide, ben costruite e amalgamate, in cui i talenti siano efficaci tessitori al servizio del lavoro collettivo. Lo ha dimostrato la Spagna, giovane, brillante, compatta; e così la finalista Olanda, meno geniale dell’Arancia Meccanica che fu ma altrettanto vigorosa. Come lo hanno dimostrato la splendida Germania, un mix di freschezza e classe, e il sorprendente Uruguay.
L’immagine più bella di questo Mondiale in terra d'Africa resta quella di Nelson Mandela acclamato dal suo popolo. È la chiusura del cerchio, il passaggio del testimone alle generazioni future, l’auspicio che sappiano scacciare paure e contraddizioni ancestrali, e possano appropriarsi d’un futuro che solo a loro appartiene.







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