De Gregori Accadde nel 1991. Era la festa di San Giovanni e passeggiavo sotto i portici di Via Roma. Francesco De Gregori mi passò accanto, qualche ora prima del concerto che avrebbe tenuto in Piazza San Carlo. Avrei potuto fermarlo, chiedergli l’autografo, ma non osai. Non soltanto per ritrosia. Avvertivo una sorta di mistero nei tratti della sua personalità umana e artistica che, nonostante l’ammirazione fin dai tempi di Rimmel, me lo rendeva distante.

In questi giorni De Gregori compie sessant’anni, ma in effetti ha sempre mostrato qualcosa in più della propria età: per il carisma calibrato, per via della barba, per la non facile accessibilità dei testi. Oggetto di culto e di dure contestazioni, ha attraversato quattro decadi conservando intatta la propria identità. Passando tra grandi successi popolari e fasi di ripensamento silenzioso, ha caratterizzato con la sua presenza la stagione irripetibile dei cantautori, nata e cresciuta nei ‘70. E, pur nel calo fisiologico dell’ispirazione, conserva la dote di saper cogliere la complessità della condizione umana, trasformando il materiale della vita in canzoni.

4 risposte a “Per i sessant’anni di De Gregori”

  1. Avatar rosy
    rosy

    lasciai la musica classica con cui ero cresciuta a favore dell’emergente fenomeno del cantautorato anni settanta. scoprii appunto in questo periodo anche fdg, erano i suoi primi album – quello della pecora, ricordi? poi ho alternato periodi di indifferenza e periodi di ritorno. resta un grande artista, anche se in calo….

  2. Avatar Pim

    Sì, ricordo “la pecora”: conteneva Niente da capire, poi ripresa negli anni ’90. Il limite di FDG è rappresentato dal vestito musicale delle sue canzoni, caratterizzate (salvo gloriose eccezioni) da una semplicità eccessiva e schematica, al limite della ripetitività.
    Ciao Rosy.
    Pim

  3. Avatar giulia

    Mi è sempre piaciuto e con le sue canzoni ha accompagnato la mia vita.
    Grazie
    Giulia

  4. Avatar Pim

    … E per un bel tratto anche la mia.
    Ciao Giulia, buona giornata.
    Pim

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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