(Aprile 2002)

Un certain regard Trovare posteggio a Cannes, alle cinque del pomeriggio, è impresa complicata. Percorro a passo d’uomo tutto il Boulevard de la Croisette, da Palm-Beach fino all’altezza del Palais du Cinéma. Rien à faire. Inverto la marcia e riparto, tornando indietro per un paio di chilometri sino quasi alla Pointe. Qui posso finalmente lasciare l’auto, e per fortuna non ci sono horodateurs nei paraggi. Poi, con passo turistico, mi avvio insieme a Giulia per la Croisette, sotto l'ombra delle palme verdeggianti che contrastano il blu intenso del cielo.

Il 25 aprile è un giorno feriale, ma Cannes è una di quelle località in cui sembra sempre festa ed estate. Intorno a noi sciamano frotte di ragazzi sui roller, bambini che giocano a palla, genitori che spingono carrozzine, signore con cani al guinzaglio. La temperatura è mite, nell’aria limpida si spande un profumo dolce di herbes de Provence. Sulle panchine la gente prende il sole e in spiaggia alcuni fanatici dell’abbronzatura si espongono nonostante soffi un venticello fresco.

Davanti al Carlton noto un discreto movimento di chauffeurs in livrea variopinta che sistemano cartelli di divieto di sosta. Nella via adiacente qualcuno ha posteggiato sul marciapiede una Rolls Royce Silver Shadow, ma dubito che un flic oserà mai appioppare al proprietario la multa che meriterebbe. Hai lasciato la finestra aperta, dico a Giulia, indicandone una spalancata sopra di noi. Spiritoso, risponde. Entrambi pensiamo ai trenta mq dello studio di Nizza prestatoci per qualche giorno dai nostri amici, ampio più o meno come il ripostiglio delle scope del Carlton. Et bien, in ogni caso siamo qui anche noi.

All'improvviso si avvicina un tipo con il microfono che, scusandosi per il disturbo, in un inglese pasticciato mi chiede cosa ne penso di Jean-Marie Le Pen. La classica domanda che ogni turista vorrebbe sentirsi rivolgere. Gli rispondo in francese: selon moi, il est fascho. Il tipo sembra soddisfatto, ringrazia con un mezzo inchino e si allontana in cerca di altre vittime. In questi giorni, la vita politica d’oltralpe – sonnacchiosa a confronto della nostra – si è piuttosto surriscaldata per via del ballottaggio tra Chirac e Le Pen. E anche le tranquille località della Côte sono attraversate da chiassose manifestazioni indette dalle Sinistre contro il Front National.

Passando in mezzo a chioschi e giostrine, arriviamo finalmente all’Esplanade Georges Pompidou, proprio di fronte all’ingresso del Palais des Festivals et des Congrès. Dove, tuttavia, ci attende una parziale delusione. L’ultima volta che eravamo stati qui, nel ’97, il Palais era aperto al pubblico, si presentava addobbato di fiori e sul portale dominava il manifesto ufficiale del Festival. Frotte di turisti si mettevano in posa alla moda delle stars sulla montée des marches, coperta da un’elegante passatoia rossa. E una vasta sala a vetri accoglieva al proprio interno una bella mostra fotografica che riproduceva tutti i vincitori della rassegna. Ci aspettavamo quindi di trovare già pronto l’allestimento in vista dell’imminente cerimonia d’apertura del Festival. Invece l’enorme sagoma di cemento e cristallo del Palais appare desolatamente vuota, l’esplanade tutt’intorno è malinconicamente deserta e nessuno si fa scattare foto ricordo.

Un poco dispiaciuto, gironzolo con lo sguardo rivolto al selciato dove, alla moda hollywoodiana, sono impresse le impronte delle mani dei divi. A caso m’imbatto in quelle di Brigitte Bardot, di Sophie Marceau, di Gérard Depardieu, di Vincent Cassel, di Margot Hemingway; poi ci sono quelle appartenenti a Scola, a Mastroianni, a Polanski, a Fellini e ad altri nomi dello spettacolo più o meno noti che mi diverto ad individuare. I miei pensieri ritornano bruscamente alla realtà solo quando Giulia, infreddolita dal mistral, propone di fare due passi nei dintorni. Passiamo nuovamente davanti all’ingresso del Palais e, percorrendo il lato rivolto verso il trafficato Boulevard, raggiungiamo la parte posteriore che dà sul Vieux Port. Costeggiamo quindi il fianco che si affaccia al mare, dove la Croisette imbandierata prosegue verso sud e le stelline in cerca di fama usano mostrare le proprie grazie ai flash dei fotografi. Esposto in un’edicola, Nice-Matin titola a nove colonne: Le Festival des Stars! Ma, per il momento, qui di stars ce ne sono soltanto alcune nel cielo terso che va ad imbrunire.

Quel dommage! Avrei tanto desiderato essere il Vostro Inviato Speciale a Cannes. Mi sarebbe piaciuto riferirvi di Meravigliose Dive incontrate nella lussuosa sala ristorante del Martinez, di Celebri Attori sorseggianti un long drink nella suite imperiale del Noga-Hilton. E quanto avrei voluto raccontare la favolosa vita mondana che movimenta le opulente notti del Festival, tra limousines, risse e paparazzi. Invece niente.

Il Vostro Solerte Cronista risparmierà quindi i dettagli della cenetta a base di bouillabaisse e vin du pays, consumata in un ristorantino nel tipico quartiere di Suquet. E tralascerà di descrivere gagnetti con la maglia sbrodolata di gelato, anzianotti ciabattanti verso il Casino a giocarsi la pensione o buttafuori dall’aria truce piazzati davanti ai déhors degli hôtel. Però lo spettacolo notturno della Croisette, che in una scia lunghissima contorna a perdita d’occhio la spiaggia, vale ben più della vista di qualche anonima starlette in cerca di gloria. I palazzi imponenti che fiancheggiano il Boulevard e i finestroni illuminati creano un’atmosfera piacevolmente serena, la quale schiarisce piano piano il corso dei pensieri. Le onde placide che risaccano sul bagnasciuga donano la confortevole speranza che ogni cosa abbia un posto e vi sia un posto per ogni cosa. E che l’animo inquieto da clochard del Vostro Mancato Inviato possa trovare finalmente pace.

Sì, forse la vita è meglio sognarsela. E Cannes non è altro che un sogno. Come, d’altra parte, una fabbrica di sogni è il cinema. Ed è questa la ragione per cui noi tutti l’amiamo.

Dissolvenza.

Fine.

(Prima pubblicazione: 26 maggio 2006)

10 responses to “Un certain regard”

  1. Avatar dragor
    dragor

    Se fossi andato la’ nel 1990, mi avresti visto suonare il flauto sulla Croisette!
    Ecco quello che mi dispiace: perdere il Festival. Negli ultimi 20 anni avevo saltato solo quello del 1994.
    Infatti a Nizza chiamiamo la Prom’ “la Croisette dei poveri”.
    Bel post, mi ha ricreato le emozioni del Festival
    Ciao Pim, buona giornata
    dragor (journal intime)

  2. Avatar Pim

    Dragor che suona il flauto sulla Croisette, coltiva le banane in Rwanda… sei certamente il blogger più eclettico nel gran mare del web! 🙂
    Mi sorprende però che a Nizza la pensiate in quel modo, perché la Croisette fu realizzata imitando la Prom’… che, tra l’altro, io trovo molto più bella.
    Buona serata, ciao.
    Pim

  3. Avatar simona

    con allen, bertolucci, malick e alomodovar, quest’anno il Nostro Mancato Inviato ci manca sul serio!

  4. Avatar Pim

    Et bien… i sogni son desideri…

  5. Avatar Prishilla

    aggiungo gli applausi, dopo la parola fine. e il brusio degli spettatori che escono e fanno ancora fatica a parlare ad alta voce. come a dire, non svegliatemi. 🙂
    prish

  6. Avatar Pim

    Peccato che lo sguardo del regista non sia più così sereno. Nel proporlo, mi sono reso conto che questo remake del 2002 (passato nel frattempo anche su due o tre forum) costituisce ormai un orizzonte lasciato alle spalle per sempre. Resta però una bella storia che mi divertii a vivere come a raccontare, e sono lieto che piaccia ancora.
    Grazie Prish!
    Pim

  7. Avatar rosy
    rosy

    non mi fare piangere per piacere ,non ne ho davvero bisogno.
    (sono seria non ironica)

  8. Avatar Pim

    Non mi dire che il Carlton era già tutto preso… 🙂

  9. Avatar dragor
    dragor

    Grazie Pim, ma sei l’unico…
    dragor(journal intime)

  10. Avatar Piero
    Piero

    Mi sei simpatico

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Maggio 2011
L M M G V S D
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Scopri di più da SCRIVERE I RISVOLTI

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere