Dice un proverbio cinese: se non sei capace di stare da solo non ti sposare.

Duplice interpretazione. 1) Se non riesci a essere solo, non puoi neanche vivere in compagnia. Sembra un paradosso, eppure la capacità di aprirsi agli altri e comportarsi in modo adeguato appare in stretta relazione con il bisogno di separarsi e ritrovare uno spazio individuale. 2) Il matrimonio è un luogo nel quale si sperimenta spesso la solitudine e dunque, se non sei capace di sopportarla, non ti sposare mai.

Propendo per la seconda.

6 risposte a “Se non sei capace di stare da solo”

  1. Avatar prishilla

    Non dubitavo. 😉
    Tento una terza possibile interpretazione: ad un certo punto, nel matrimonio, l’altro cessa di essere davvero ‘altro’. Ad un certo punto inizia ad esistere, oltre all’io e al tu, anche un noi con un caratterere proprio ed una propria individualità. Quando l’altro non è più realmente ‘altro’, stare insieme, per certi versi, è stare soli.
    Forse.
    Buon lunedì! Prish

  2. Avatar Pim

    Sì, certo nelle favole…
    🙂
    A parte gli scherzi: è la dimensione empatica del noi, in cui smettiamo di restare concentrati sui bisogni personali e siamo attenti a quelli dell’altro, in qualche modo facendoli propri. Credo sia questo il punto nodale di un rapporto affettivo.
    Grazie Prish, buon lunedì anche a te.
    Pim

  3. Avatar prishilla

    Sì ma io non intendevo in senso così strettamente positivo 🙂
    A volte la dimensione del Noi implica il fatto che inizio a trattare l’Altro come fosse me stesso. Questo significa anche dare per scontato che certi riguardi, che riserviamo, senza ombra di dubbio, ai veri e propri ‘altri’non siano necessari, quando si tratta dell’Altro, ovvero di Noi. E magari finisce che stare insieme all’Altro è come stare soli. Scomposti a tavola, spettinati, silenziosi…. eccetera eccetere eccetera…. 😉

  4. Avatar Pim

    Hai ragione Prish, scusa, ho letto troppo rapidamente il tuo commento (sono già fuso ed è soltanto lunedì…) che capovolge il senso di quanto scrivevo. Stare insieme all’Altro/a come quando si sta da soli, considerarlo (come dico spesso) una parte del mobilio, è perlomeno segno di un logoramento del rapporto. L’Altro/a non è Un Altro ma, appunto L’Altro e come tale andrebbe considerato. Bisognerebbe conservare la voglia di non lasciarsi andare, di rilanciare, ma per fare ciò occorre necessariamente una volontà comune e nella coppia capita sempre che (almeno) uno dei due molli la presa. Si arriva paradossalmente a condividere una solitudine che pesa ancor più che essere soli.
    Spero di aver centrato meglio la risposta. 🙂
    Pim

  5. Avatar prishilla

    Effettivamente il mio commento era un po’ criptico!
    Comunque sì, sono pienamente d’accordo con la tua riflessione: bisogna essere in due a voler essere in due, per esserlo davvero…. 🙂

  6. Avatar rosy
    rosy

    propendo anch’io per la seconda, pim. è meglio stare da soli quando si è soli che stare da soli in compagnia.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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