A volte la ruota compie un giro completoA volte la ruota compie un giro completo prima di fermarsi. Magari occorre un lungo periodo per la rivoluzione, così lungo che possiamo dimenticare da dove era partita. Nel momento in cui si ferma, però, abbiamo la percezione del tempo e dello spazio percorso. Era di maggio, sei anni fa, camminavo per via Po contornato da un manipolo di gente festante, bandiere in mano e sciarpe al collo. Nel centro della carreggiata il pullman della Juventus, i giocatori festeggiavano lo scudetto dal tetto scoperto tra musica e coriandoli. Non mi convinceva quel giro d’onore, in sottofondo si udiva un borborigmo cavernoso che cresceva d’intensità. Tra poco avrebbe sconvolto la logica degli eventi. Calciopoli, cosiddetta. Scudetto revocato, il baratro della retrocessione – addirittura in serie C, qualcuno presentiva. Fu poi soltanto la B, con nove punti di penalizzazione per soprammercato, ma l’onta era grande. Mai nella storia. Qualcuno se ne andò di filato. Il mister Capello, alla volta della verde Hampstead – chiamalo scemo. Quindi Ibra, il mercenario, i colossi di centrocampo Emerson e Vieira,. Infine Zambrotta e, ultimo smacco, Fabio Cannavaro.

Sembra incredibile, ma non bastò un Mondiale conquistato con tenacia in terra tedesca, no. A settembre l’esordio nell’anonimato tra i cadetti contro il Rimini rappresentò una botta dura, soprattutto in previsione del purgatorio da riscattare. C’era però anche chi aveva stretto i denti ed era restato. Gigi Buffon sarebbe potuto andare a svernare ovunque e profumatamente retribuito – Spagna, Inghilterra –, invece eccolo tra i pali come sempre, persino sui campetti spelati della periferia italica. E con lui Camoranesi, il grugno ancora più torvo, l’olimpico David Trézéguet lì davanti a far carambole. Ma soprattutto Alex Del Piero, capitano coraggioso, nella buona come nella cattiva sorte, con un sorriso appena più tirato del solito. Fu un momento strano: ingrato, umiliante, eppure avvincente. A Treviso come a Frosinone, a Leffe come a Crotone, sugli spalti gremiti all’inverosimile la gente si accalcava intorno al recinto di gioco per vedere i giocatori fin nel bianconero degli occhi. Manco fossero Manchester, Berlino o Madrid. No, non era l’atteggiamento di chi spia con curiosità malsana la nobile decaduta, o peggio se ne fa beffe. Si trattava della passione autentica di chi sa che si trattava di un’occasione irregolare che non si sarebbe ripetuta presto, quella di ammirare i campioni dei sette mari abbeverarsi alla fontanella sotto casa.

La scontata promozione non segnò un ritorno facile ai vertici. La squadra pareva essersi smarrita: scelte societarie malcalcolate, altre finanche sbagliate, innesti dal rendimento discontinuo, confusione tecnicotattica, allenatori fagocitati – compresi Deschamps e Ferrara, due cresciuti nell’orto domestico. Ma sul terreno di gioco, pur nel disorientamento spaziotemporale, nei risultati mancati, affondavano le loro radici Buffon e Del Piero, e i giovani intorno crescevano, finivano per convincere. Chiellini primo su tutti.

La sterzata arrivò l’estate scorsa: si capì all'istante, nel momento in cui il nuovo antico timoniere Conte strinse i pugni e cominciò a incitare i suoi. Lavoro, applicazione, carattere, fiducia nei propri mezzi. La squadra smise a poco a poco di traccheggiare e prese ad andare via rapida, ranghi serrati; la palla tornò a correre sulle zolle, le casacche bicromate a spostare in alto il baricentro, il gioco a farsi organizzato come da lustri non si vedeva. Pirlo, Vidal e Marchisio la colonna vertebrale, alle spalle la difesa meno battuta del campionato. E zero sconfitte, record assoluto. I tifosi mnemonici cominciarono con i paragoni: Conte come il maestro Lippi, come Guardiola, persino come Sacchi (maddài). Quelli più scafati invece andarono indietro alla grande Juve del Trap: non il parterre de Roi Michel, ma prima, fine anni ’70, lo scudetto dei 51 punti su 60, una squadra rullo compressore, spalle d’acciaio e polmoni da palombaro. Giorno dopo giorno affiorava il volontà di chi conosce i propri limiti ma ci lavora su con coscienza e dedizione, fino a perderci il fiato. Soprattutto si liberava sempre più consapevole l’orgoglio di chi sa di aver passato la nottata. Era ora di smettere di guardare la classifica dal basso verso l’alto e prendersi ciò per cui si era faticato. Così, dopo quell’estate del 2006, dopo una retrocessione e altre sventure, un tempo assurdamente lungo da digerire, la ruota ha fatto un giro completo e si è fermata infine sulla casella vincente.

8 risposte a “A volte la ruota compie un giro completo”

  1. Avatar PuntoG
    PuntoG

    Non seguo il calcio (neppure la TV), però mi piace leggere questo post come una traslazione in un qualunque altro campo e nel cammino di ognuno di noi. Sarà che ho bisogno di “hope” saltellanti in questo momento, ma questa storia del giro di ruota completo, me la metto in tasca, metti che serve!!!!
    PuntoG

  2. Avatar Pim

    Sono lieto che tu abbia colto la chiave di lettura del brano, cara G., che in effetti non si riferisce soltanto a un fatto sportivo. La metafora della ruota riguarda anche noi: talvolta la vita ci ripresenta quella che si può definire “una seconda occasione”, una possibilità per riscattare prove ed errori. E talvolta capita persino di riuscirci…
    Un abbraccio.
    P.

  3. Avatar rosy
    rosy

    la sfiducia nel presente, nella possibilità di cambiamento, lasciarsi andare, come chi non ha niente da perdere…. a parte gli occasionali insuccessi, che sia questa la nostra vera sconfitta, pim?

  4. Avatar Pim

    Il gusto amaro della sconfitta si assapora nel momento in cui si smette di credere. Eppure ci deve essere ancora qualche risorsa in noi, un colpo di reni da assestare, un tiro da sferrare…

  5. Avatar dragor
    dragor

    E l’OGC Nice si e’ salvato dalla retrocessione. Siamo ancora piu’ feici che per il vostro scudetto!
    dragor (journal intime)

  6. Avatar Pim

    Quando si dice una salvezza sofferta… Simpatizzo anch’io per il Nice, restare nella Ligue1 è già tanto per una piccola squadra senza sceicchi (vedi PSG).
    Ciao Dragor.
    Pim

  7. Avatar Alex
    Alex

    Bravo per lo scudetto !
    Del Piero è (stato) un giocatore eccezionale, un mago. Invece, trovo normale che il giocatore sia rimasto fedele alla maglia bianconera, che abbia accettato di giocare in serie B. secondo me, la carriera di Del Piero illustra la crisi del calcio…una carriera come quella di Del Piero dovrebbe essere la regola invece è l’eccezione….
    Alex

  8. Avatar Pim

    Hai ragione. La fedeltà a una maglia come a un’idea dovrebbe essere una semplice questione di coerenza con se stessi, invece sembra virtù rara. A volta è eccezionale essere normali.
    Ciao Alex, grazie.
    Pim

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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