L'arte dei suoni e Giorgio GaberCos’è la musica? La musica è l’arte
dei suoni
. Così recitava la formuletta imparata alle scuole medie e tale resta la mia convinzione. Musica come espressione sonora delle emozioni.
Sebbene il fascino delle parole sia irresistibile, ho sempre ritenuto che la
parte testuale fosse complementare, funzionale alla melodia. Ecco il motivo per
cui non ho mai amato le canzoni verbose, le canzoni-comizio, nelle quali la musica soffoca sotto una coltre logorroica. Il motivo per cui non ho
mai amato Bob Dylan e le sue tiritere adenoidali. Il motivo per cui, per lungo tempo, non ho amato Fabrizio De Andrè: quattro accordi in croce e la chitarra grattugiata come una forma di
parmigiano. Tron tron tron. Su De Andrè ho finito per cambiare idea, ma forse la cambiò pure lui che, ad un certo punto della carriera, prese a rivestire i suoi brani
di arrangiamenti più strutturati.

Discorso analogo per Giorgio Gaber. La carica
umana di simpatia e la comunicativa mi erano note fin dalla fine dei ’60,
quando in età prescolare ascoltavo le stralunate Torpedo blu e Il Riccardo. In
seguito uscì dal fuoco della mia attenzione e l’eco dei suoi lavori teatrali
prese a giungermi solo da lontano. Per non dire dell'articolata visione
politica ed esistenziale che proponeva. Erano anni, quelli sul limitare degli ’80, in cui appena adolescente
faticavo anch’io a collocarmi tra l’impegno e il non so (più il secondo che il primo): eppure la voce recitante di Gaber toglieva respiro al mio desiderio di musica come (appunto) arte dei suoni. I suoi spettacoli, l'ampio spazio riservato ai monologhi, c’entravano più con il teatro sociale che con la canorità. Lo ammiravo come interprete geniale, ironico, aspro, a volte impietoso, ma questo prevalere della parola sulla musica me lo faceva apparire “altro”. Più Brecht che canzone d'autore.

Lo ammetto: il mio era un giudizio scentrato, fondato su più di qualche pregiudizio (artistico) e una certa impreparazione culturale. Nel tempo ho (ri)visitato molti dei suoi lavori inquadrandoli
in un genere, quello del teatro-canzone, in cui parti recitate e cantate prendono forza vicendevolmente senza in effetti sopraffarsi. Questione di cambiamento di gusti, di maturazione personale, di attribuzione di un senso che prima avevo messo tra parentesi. Temi civili come quello dell’uomo schiacciato dalla società dei consumi, oppresso dalla
politicizzazione strumentale, costretto a fare i conti con la fine delle ideologie, rimangono attualissimi in questi anni affollati di miserie. Ma anche le esperienze, i dubbi e i tormenti privati che inducono ognuno di noi a stendere un bilancio quantomeno disarmato della propria vita.

4 responses to “L’arte dei suoni e Giorgio Gaber”

  1. Avatar rosy
    rosy

    mi piace questo saper cambiare idea, sopratutto quando lo si ammette senza reticenze. capita dare giudizi fuori misura, l’importante è rettificarli quando occorre. e nel caso di gaber era proprio necessario, doveroso direi….

  2. Avatar Pim

    Non ho cambiato idea su Gaber, Rosy, semplicemente ne ho messo a fuoco la musica e il pensiero. So di essere piuttosto lento di comprendonio, quindi mi predispongo di default a ricalibrare le opinioni. E’ il difetto principale del software Pim 1.0, resto in attesa della versione successiva… 🙂

  3. Avatar irenespagnuolo

    E’ un fatto di maturità. Anch’io ho “rivisto” molte cose del passato, dalla musica alla letteratura al cinema, in un’altra luce. Le ho comprese, le ho apprezzate, ne ho letto l’impressionante attualità. Gaber rientra in questo percorso molto naturale. Da ragazzi francamente probabilmente era difficile cogliere il senso e le sfumature molto “impegnate” e, comunque, trovo che con l’età c’è anche una sorta di tensione emotiva che ci fa commuovere di più…o soffermare di più su certi principi o valori.

  4. Avatar Pim

    Questione di maturità, di rotte che non si intersecano nei modi e nei tempi dovuti. Succede con certi artisti, succede anche con le persone che incontriamo nella vita: a volte troppo presto o troppo tardi per il nostro orologio interiore che segue una cronologia sfasata. Molto ci perdiamo, forse molto altro guadagniamo…
    Ciao Irene, buon fine settimana.
    P.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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