(Pubblicato su Blu Agorà Caffè il 19 ottobre 2005)

Le ricamatriciLa scelta difficile di una
diciassettenne rimasta incinta in seguito a un rapporto casuale: partorire in
anonimato e lasciare il figlio in adozione a una donna, rinomata ricamatrice,
che ha appena perso il proprio. Il percorso di maturazione della ragazza dai capelli
rossi, che si guarda, si palpa, si stupisce dell’impercettibile battito
cardiaco nel proprio ventre. La tenerezza che la donna riversa sulla giovane
lavorante come riparazione per la perdita subita. L’amore di un ragazzo che
forse dura appena un attimo – o forse no.

Le ricamatrici. Lo
consideravo un film “da donne”, e per questo motivo l’avevo inizialmente
ignorato. Ho invece avuto occasione di vederlo verso la fine di settembre,
l’ultimo giorno di programmazione, e mi ha centrato in pieno il cuore. Si
tratta di una storia intensa, narrata in modo misurato, ben interpretata e
diretta. Si dipana fluente, sequenza dopo sequenza, senza ricorrere a dialoghi
che suonerebbero ridondanti. L’opera prima di Éléonore Faucher rappresenta
l’ennesima dimostrazione della capacità che ha il cinema francese di descrivere
con grande efficacia la realtà, evitando di scivolare nel bozzettismo.

Le
ricamatrici (Brodeuses), di Éléonore Faucher, con Lola Naymark, Ariane Ascaride,
Thomas Laroppe (Francia, 2004, 89’). Martedì 4 giugno, ore 21,10, La7d

3 responses to “Le ricamatrici”

  1. Avatar Miss
    Miss

    L’ho visto anch’io! Film delizioso, di quelli francesi che hanno una levità tutta loro anche quando parlano di problemi spessi.

  2. Avatar Alex

    Ti do un piccolo trucco, Pim. Quando c’è Ariane Ascaride che recita in un film, puoi andarci gli “occhi bendati”. Solo per lei. E’ semplicemente un’attrice immensa…
    Alex

  3. Avatar Pim

    Straordinaria, sì. Ho scoperto che è la moglie del regista Robert Guédiguian.
    Ciao Alex, grazie.
    Pim

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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