Chi come me l’ha vista, ricorda Maalula
come un grazioso villaggio di casupole colorate e viuzze serpentine addossato
contro un costone roccioso. Era la mattina del 5
agosto 2008 quando percorsi la ripida ascesa che conduce al convento dedicato a
Santa Tecla, martire cristiana seguace di Paolo. Visitai anche il
monastero di San Sergio, che si fa risalire al IV secolo, e come molti picchiai
la testa contro lo stipite della porticina d’ingresso. Maalula, abitata da
cattolici di origine greca, è forse l’ultimo luogo dove si parla ancora l’aramaico,
una delle lingue più antiche al mondo, quella usata da Gesù. Quel giorno ascoltai
il Padre Nostro per bocca di una ragazza che frequentava l’università nella
vicina Damasco. Oggi Maalula è balzata al centro delle cronache per la
terribile battaglia ingaggiata dall’esercito regolare siriano e i
guerriglieri di Jabat al-Nusra. In mezzo la popolazione inerme, da sempre
tacitamente avversa al duro regime di Bashar al-Asad ma ora preda di
bande di criminali e briganti con l’alibi di Allāh – così è appassito il fiore della primavera araba. La Siria schietta e ospitale, civile e tollerante che
conobbi cinque anni fa, pare essere stata inghiottita in un vortice di
brutalità cieca, apparentemente inarrestabile. La nostalgia per la bellezza arcaica di
quella terra si mescola al dolore per averla persa per un tempo incalcolabile.
















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