(Pubblicato su Kataweb Forumcinema il 27 ottobre 2003)
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Elephant"Un giorno, un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto. Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: << Abbiamo capito. L’elefante è simile a un timone ricurvo >>. Altri tastarono gli orecchi e dichiararono. << È simile a un grosso ventaglio >>. Quelli che avevano toccato una zampa dissero: << Assomiglia a un pestello >>. Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: << Assomiglia a un ponticello >>. Quelli che avevano tastato un fianco dichiararono: << È simile a un muro >>. Quelli che avevano toccato una gamba dissero: << è simile a un albero >>. Quelli che avevano preso la coda dissero: << Assomiglia ad una corda >>. Il re si mise allora a ridere e commentò: << Questi ciechi discutono ed altercano. Ma il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni ed i loro errori >>".
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Van Sant applica la tecnica zavattiniana del pedinamento, mette la mdp alle spalle dei ragazzi e li segue nel loro vagare lungo i corridoi e le aule della scuola. (Sembrano dei pesci rossi che girano in tondo in un vaso di vetro e non trovano mai la via del mare.) Lascia che siano gli eventi a parlare, cogliendo nell’ordinarietà di una giornata qualunque il senso della tragedia immanente. Senza commenti, spiegazioni. Il fluire lento e metodico del racconto non cambia con l’avvicinarsi del dramma: montare un fucile a pompa è come sviluppare un negativo o risistemare dei libri.
Le storie si svolgono in modo apparentemente informale, senza una precisa direzione. S’intersecano, sì, in modo puntuale e spesso ripetuto, ma da ciò non ne deriva alcun ordine. (Da notare che il tempo del racconto supera notevolmente il tempo degli accadimenti.) Le differenti prospettive, i punti di vista, fanno capo e si annullano nell’unico finale che accomuna tutte queste povere esistenze. Come l’elefante del racconto – attribuito a Buddha – riassume in sé le differenti percezioni che ogni singola sua parte anatomica dà a quei ciechi.
Per Van Sant, è il destino a dare un corso definitivo alla nostra vita. E le nuvole che stanno a guardare, lassù, non sono altro che lo specchio in cui essa si riflette.
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Elephant, di Gus Van Sant, con Eric Deulen, Alex Frost, Elias McConnell (Usa, 2003, 81'). Lunedì 23 settembre, LaEffe, ore 23,10.

3 responses to “Elephant”

  1. Avatar irenespagnuolo

    A parer mio nel gran librone della vita è tutto già scritto. A noi resta di camminarci dentro. Godendo tutto quello che possiamo, ecco.
    Che il “destino sia nelle nostre mani” invece è la vera bufala. O, peggio, la prova conclamata dell’umana arroganza.

  2. Avatar Pim

    La cosa è, forse, addirittura più complessa. Secondo me si tratta di un mix tra libero arbitrio e condizionamenti genetici o ambientali. Ciascuno percorre una rete costituita da infiniti nodi, ad ognuno di questi corrispondono infiniti altri percorsi. La decisione della direzione nella quale muoverci spetta principalmente a noi, ma è influenzata da un numero imprecisato di fattori (interni ed esterni) che ci possono condurre ovunque.
    (Su questo tema gli psicologi sociali ci campano da mezzo secolo… :-))
    Ciao Irene, grazie.
    P.

  3. Avatar irenespagnuolo

    E continueranno a camparci…D’altra parte forse nessuno sa “la risposta definitiva”.
    Ciao Pim

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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