"Un giorno, un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto. Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: << Abbiamo capito. L’elefante è simile a un timone ricurvo >>. Altri tastarono gli orecchi e dichiararono. << È simile a un grosso ventaglio >>. Quelli che avevano toccato una zampa dissero: << Assomiglia a un pestello >>. Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: << Assomiglia a un ponticello >>. Quelli che avevano tastato un fianco dichiararono: << È simile a un muro >>. Quelli che avevano toccato una gamba dissero: << è simile a un albero >>. Quelli che avevano preso la coda dissero: << Assomiglia ad una corda >>. Il re si mise allora a ridere e commentò: << Questi ciechi discutono ed altercano. Ma il corpo dell’elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni ed i loro errori >>".Le storie si svolgono in modo apparentemente informale, senza una precisa direzione. S’intersecano, sì, in modo puntuale e spesso ripetuto, ma da ciò non ne deriva alcun ordine. (Da notare che il tempo del racconto supera notevolmente il tempo degli accadimenti.) Le differenti prospettive, i punti di vista, fanno capo e si annullano nell’unico finale che accomuna tutte queste povere esistenze. Come l’elefante del racconto – attribuito a Buddha – riassume in sé le differenti percezioni che ogni singola sua parte anatomica dà a quei ciechi.
Per Van Sant, è il destino a dare un corso definitivo alla nostra vita. E le nuvole che stanno a guardare, lassù, non sono altro che lo specchio in cui essa si riflette.







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