(Pubblicato su Trovacinema il 27 settembre 2002)
 
Minority ReportAmo da sempre la fantascienza. Trascorsi tutta l’infanzia a leggere i racconti di Jules Verne e per lungo tempo ne condivisi l’ottimismo positivista. Passai quindi con giovanile piacere ad H.G. Wells e Asimov. Crescendo, cominciai a frequentare Huxley, Orwell, Dick e scoprii che esisteva un filone in cui l'utopia diventava incubo. Cinematograficamente parlando, 2001: Odissea nello spazioSolaris costituiscono i miei capisaldi, ma apprezzo tutta la SF classica – dai film americani anni ’50 fino ad Alien e Blade Runner. Non mi piace invece la produzione attuale. "Il continuo progresso tecnologico rende la fantascienza obsoleta, se non addirittura ridicola, già nel momento stesso in cui viene prodotta", sosteneva Tullio Regge. Ed effettivamente, quando essa punta tutto sugli effetti speciali, ho l’impressione che arranchi non poco per star dietro alla realtà. Perché il vero è sempre più sorprendente del possibile.
 
A tutte queste cose ho pensato dopo aver visto Minority Report, che, per dirla tutta e subito, mi ha francamente deluso. Forse è colpa mia, visto che ho ancora scolpito Blade Runner nella mente e nel cuore. Ma non nascondiamoci la verità: l'accoppiata Spielberg – Cruise non vale quella Scott – Ford, e poi c’era uno strepitoso Rutger Hauer a sancire la differenza. Su Tom “Gun” Cruise non mi pare necessario soffermarsi, tanto è monocorde e privo di carisma. Per quanto riguarda l’eterno fanciullino Spielberg, il suo furbo talento non possiede l’interiorità necessaria ad affrontare le tematiche visionarie di Dick (la metapsichica, i fenomeni paranormali, i controllori occulti che determinano il destino umano). Il messaggio che lancia è, alla fin fine, contraddittorio: rivela una visione inquietante del futuro, lancia l’allarme contro una tecnologia che rende l’uomo prigioniero, eppure la utilizza a piene mani per gli effetti speciali. Sarà un'opinione discutibile, la mia, ma ritengo che Spielberg si sia espresso con maggiore lucidità ed efficacia in Duel (con un dispiego di mezzi enormemente inferiore). E proprio Duel, insieme a Lo squalo, rappresenta secondo me quanto di meglio egli abbia mai realizzato. In seguito (a parte Schindler’s List) non ha fatto altro che ripetersi con prodotti di puro intrattenimento: di gran lusso, gradevoli fin che si vuole, ma leziosi e volti a compiacere il grande pubblico.
 
Prevedo che la mia sarà (appunto) una relazione di minoranza, presto verrò contraddetto dai numerosi sostenitori di Spielberg e di Minority Report. Tuttavia, non posso non citare ancora Regge: "Nonostante le pur belle e spettacolari immagini che il cinema di fantascienza oggi ci propone, è difficile riuscire a divertirsi davvero per più di un quarto d'ora".
 
Minority Report, di Steven Spielberg, con Tom Cruise, Samantha Morton, Max von Sydow, Colin Farrell (USA, 2002, 139'). Venerdì 11 aprile 2014, Cinema Massimo di Torino, ore 20,30. In occasione del convegno "Attraversare lo schermo. Psicoanalisi e cinema di fronte al futuro".

2 responses to “Minority Report”

  1. Avatar dragor
    dragor

    Condivido il tuo giudizio su Spielberg. Ma se fossi regista,un mestiere che avrei voluto fare, darei un occhio per avere 1/10 della sua tecnica che userei per fare film nello stile di Tarantino (che in quanto a tecnica è un altro grande)
    dragor (journal intime)

  2. Avatar Pim

    Darei gli ultimi 2/3 decimi anch’io, Dragor:-)
    Spielberg usa tutta la sua tecnica (enorme) per assestare allo spettatore solenni colpi al cuore, Tarantino invece per colpire sotto la cinta. Non è valido, ma è più divertente…
    P.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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