Damasco, Museo NazionaleQuando le raccontai della mia visita a Damasco, zia Dolores fece un sorriso sospeso tra amarezza e ironia. << Sì, certo, la Moschea degli Omayyadi, il Museo Nazionale, il Suq, la Cappella di San Paolo. È il percorso classico per i turisti occidentali. Certamente non vi hanno portato nel campo profughi palestinese >>. Rimasi perplesso. Di Damasco avevo sviluppato un’idea che ritenevo abbastanza nitida, la guida locale era stata prodiga d’informazioni storiche e culturali, ignoravo del tutto la presenza di campi profughi. << Esiste un enorme quartiere periferico che accoglie decine di migliaia di palestinesi fuggiti dalla Cisgiordania negli anni ’60 e ’70 >>, mi spiegò allora lei: << Palazzoni fatiscenti, baracche, tendopoli dove la gente abita in condizioni di povertà assoluta. Ci andai più volte e so per certo che c’è ancora oggi >>. Parlava sicuramente di Yarmouk, nome che non conoscevo o non ricordavo.

Zia Dolores aveva vissuto in Siria tra il 1959 e il 1971. Era infermiera e suora missionaria, nell’ordine. Il suo tempo non lo trascorreva a evangelizzare le folle bensì in sala operatoria, presso l’ospedale italiano di Aleppo e poi quello di Damasco. In più di una circostanza si era ritrovata a intervenire chirurgicamente in prima persona. << Facevo delle amputazioni bellissime >>, affermava con un certo orgoglio: << Zàc… così >>, e ruotava la mano nell’aria con gesto affilato da novello Dupuytren. Erano gli anni del conflitto arabo-israeliano e zia aveva le idee chiare in merito: << Quello che hanno fatto i soldati israeliani non l’ho mai visto fare da nessuno… >>. Era dichiaratamente filopalestinese, credo che per questo motivo, e per il carattere ribelle, le consorelle non la reggessero tanto. In compenso amava i beduini e su di loro mi riferiva episodi bizzarri che, lì per lì, facevano sorridere. Finché, durante i miei viaggi nel Vicino Oriente, i beduini non li incontrai davvero. Raccontava ad esempio che, poche ore dopo complessi interventi a stomaco o intestino, erano capaci di divorare un piattone di fagioli. Che nelle stanze d’ospedale dormivano in terra e sui letti ci camminavano. Quando vidi i beduini urbanizzati a forza dal governo israeliano trascorrere la notte all’addiaccio, sulla soglia delle loro abitazioni, davanti a un falò, capii che non aveva esagerato. E presi ad amarli anch’io.

Zia Dolores non c’è più. Credo che avrebbe sofferto nel vedere la sua adorata Siria ridotta a un cumulo di macerie, praticamente cancellata dalle mappe geografiche. Dal canto mio, provo un dolore immenso nel ripensare a tutte le persone che incontrai durante il mio viaggio: l’orafo del Suq di Damasco che mostrava con fierezza il proprio lavoro, la ragazza di Maalula che recitò il Padre Nostro in aramaico, i bambini di Aleppo in posa davanti alla fotocamera, il motociclista che fermò il pullman nel deserto di Palmyra solo per un saluto, il ristoratore un po’ checca di Krak des Chevaliers (<< Chi vuole una ba-nna-nna? >>). Mi domando con quale destino abbiano dovuto fare i conti Elia, Salah, le loro famiglie, sapendo che non avrò mai una risposta.

(Fotografia scattata al Museo Nazionale di Damasco il 6 agosto 2008)

8 risposte a “Zia Dolores e la Siria”

  1. Avatar Prishilla

    Grazie Pim, per averci regalato un pezzetto della zia Dolores. Credo sia stato un privilegio averla conosciuta. Tra lei e i tuoi ricordi di ‘Viaggio’ (sì, con la V maiuscola)mi resta una parola, chissà perchè: fratelli.
    Prish.

  2. Avatar emma
    emma

    Zia Dolores a été le meilleur guide dans un pays déjà.. éprouvé, Pim. Mais ton évocation est doublement touchante.. à la disparition de la tante que tu aimais s’ajoutant la ‘mort’ violente et rapide d’une Syrie, désormais.. symbolique pour des raisons connues

  3. Avatar Irenespagnuolo
    Irenespagnuolo

    Bello il tuo ricodo, grandissima la testimonianza della zia Dolores. Resta tantissima amarezza per il fallimento umano del mondo…

  4. Avatar Pim

    Fratelli… con una parola hai centrato acutamente il punto, Prish. Credo che il suo e il mio sguardo abbiano un’affinità emotiva inconsapevole.
    Grazie 🙂

  5. Avatar Pim

    Tu as raison, Emma: mes mots sont traversés par une double perte. Je suis nostalgique des histoires de ma tante et d’une terre que je ne reverrai jamais.

  6. Avatar Pim

    Grazie Irene. Un’amarezza rinnovata da recenti immagini televisive in cui un gruppo di donne armate dall’Isis compie esercitazioni militari e sullo sfondo compare la chiesa di San Simeone Stilita (IV secolo), posta su una rocca a trenta chilometri da Aleppo. Il senso del fallimento umano si fa sentire acuto come una coltellata.

  7. Avatar dragor
    dragor

    Chiunque abbia distrutto una città come Aleppo meriterebbe la pubblica decapitazione stile ISIS. Le guerre passano, le distruzioni restano. E direi a zia Dolores: come il conflitto arabo-israeliano, questi orrori sono da imputare alla cronica e secolare incapacità dei musulmani di vivere in pace non soltanto con i vicini ma anche con loro stessi. Un giorno tornerai in Siria per vedere che cosa è sfuggito alla guerra e su quelle macerie potrai rivivere il suo meraviglioso passato.
    Splendido post. Un abbraccio
    dragor (journal intime)

  8. Avatar Pim

    Grazie per le tue parole Dragor. Se non proprio tornarci, spero un giorno di poter pensare alla Siria come a una terra liberata.
    Contraccambio l’abbraccio.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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