Nel limite di un sobrio riserbo prendo un tono distaccato,
apparentemente un poco vago, per non dire inavveduto.
Lo sguardo fisso altrove ad inseguire chissà quale pensiero,
dissimulando il fastidio che mi tocca nell’esser costretto
a fornire dopotutto una risposta men che personale.
 
Ma è la disincantata melanconia dell’intelletto,
l’ilare immatura incredulità dello scettico
a impedirmi una sana catartica disperazione.
Rendo perciò interrogative le affermazioni
e virgoletto le convinzioni a me più care,
rimuovo con un’alzata di spalle quei sentimenti
che fino a ieri, lo confesso, mi toccavano,
facendo dell'ironia su quelle credenze
per cui un tempo avrei sacrificato qualcosa.
 
Mi domando quanto ancora io dovrò vivere
per dimenticare che sono pur sempre vivo.
 
(prima stesura: 1992)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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