Le chat-qui-pêcheNon sapevo bene che ci facessi in quella città di luci: a ben rifletterci poteva essere l’ennesima follia amorosa della mia vita, ma non facevo mente locale sulla questione. Percorrevo invece bello sorridente la Rue du Chat-qui-Pêche, verso la Senna, e i rari passanti sfuggiti alla pioggia mi salutavano come fossi un'apparizione lunare, pronti ad invitarmi a passare la serata in loro compagnia.
Forse perché avevo i sensi accesi, o forse il contrario, era l'assenza di ogni senso, fatto sta che mi trovavo a compiere una magnifica incursione in territorio sconosciuto, tra gente ancora più bizzarra di me.
Ci comprendevamo.
 
(photo by Pim)

2 risposte a “Le chat-qui-pêche”

  1. Avatar rosy
    rosy

    questo direi che è uno degli aspetti più belli della nostra età matura: il venir meno del senso della vergogna o dei falsi pudori – almeno finchè non si arriva allo stato di alterazione dei freni inibitori, dopo le cose si inguaiano… 🙂

  2. Avatar Pim

    Non puoi immaginare quanta verità contengano le tue parole 🙂

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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