Alla ChandlerMi trovavo nei pressi di uno di quei casermoni della Falchera, non ancora completamente invasi dai marocchini. I citofoni non funzionavano, erano stati incendiati e i nomi non si leggevano più. Ero appena uscito dall’officina di un venditore di pneumatici dove, secondo una soffiata, avrebbe dovuto trovarsi un certo Ahmed Qualchecosa, lavorante tuttofare.
La moglie di Ahmed, Aïcha, abitava in un piccolo appartamento al piano rialzato, di quelli con le inferriate alle finestre e vista sui cassonetti della spazzatura. Aveva un foulard di seta rosa allacciato sulla nuca e grandi occhi bistrati. Si era presa subito la premura di offrirmi il caffè e una fetta di torta a base di frutta secca. Senza distogliere lo sguardo rispettoso dalla madre, mi aveva detto di essere disposta a spendere purché lui tornasse a casa – in šāʾ Allāh. 
Mi secca ammetterlo, ma non lo trovai mai. Del resto, la signora Qualchecosa non possedeva il becco di un quattrino.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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