PaolorossiUn nome solo: paolorossi. Quante volte lo vidi giocare al vecchio Comunale. Sbucava tra un nugolo di avversari con una finta, uno scatto rapido, e il gol era immancabilmente di rapina. Come in quella tiepida notte d'aprile contro il Manchester United, all'ultimo minuto, accompagnato dal boato dei tifosi. Lo sguardo fulvo da cerbiatto nascondeva la natura da spietato cacciatore d'area.
La sua vita è stata breve, altrettanto la carriera sportiva: dieci anni appena, trascorsi tra picchi assoluti e baratri profondi, trionfi epici e rovesci della sorte.
Se n'è andato anche lui, paolorossi. L'unico, inimitabile paolorossi. E con lui alcune delle emozioni più intense della mia adolescenza.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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