Vita di provinciaCosa dire della vita di provincia. Che è una commedia degli equivoci fatta di chiacchiere, maldicenze e bigottismo. Una commedia d'apparenze recitata su un piccolo palcoscenico dalle tavole consunte: sempre le stesse strade, la stessa piazza, le solite facce. Gente impicciona che respira la tua aria appestandola con pettegolezzi fumosi, carichi di risentimento e invidia malcelata.
È un gioco delle parti in cui ci si scambia piccoli gesti di cattiveria e le inimicizie possono essere tanto momentanee quanto sedimentarsi nel tempo. Tutti parlano male di tutti, affannandosi a trovare difetti negli altri per tacer dei propri. Ma è un gioco che si svolge alle spalle: vis à vis si sfoderano sorrisi fasulli e finti apprezzamenti appiccicosi come melassa.
Tu fai parte per te stesso e te ne freghi, ma sconti comunque la pena: sei solo e rimani da solo. Intorno hai il vuoto. Trascini come catena una sensazione di fastidio e di disagio che a lungo andare avvelena l'umore alla fonte. Ti fanno sentire fuori posto e fuori luogo, sbagliato, inadeguato, perché non ti interessa partecipare alla messinscena e non indossi la maschera richiesta. Forse è proprio questo che paghi: non hai voglia di fingere e nemmeno lo nascondi.
La tua salvezza è che vivi la vita altrove. Ti proteggi rendendoti invisibile, muovendoti sottotraccia, facendoti notare il meno possibile. Saluti cortesemente i vicini di casa, scambi due parole con educata cordialità ma senza concedere confidenze, evitando di prestare il fianco a possibili coinvolgimenti. In separata sede sfoderi tra te e te la lama sottile dell'ironia e, inosservato, affondi i colpi. Sai di trovarti in una farsa che potrebbe essere scritta da Feydeau e ti comporti di conseguenza: schernendo quest'angolo ottocentesco di mondo e ridendoci su.

2 risposte a “Vita di provincia”

  1. Avatar Marco
    Marco

    Quando commettesse un delitto, i vicini intervistati direbbero: “era una persona così educata, salutava sempre”

  2. Avatar Pim

    “Un grande lavoratore…”, altra espressione classica 🙂

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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