La stanza vuotaMi aggiro incerto nella stanza vuota, un guscio di noce appeso da qualche parte dentro un palazzo, accanto o dentro una città che, dalla finestra aperta, non riconosco. Per qualche motivo so di essere entrato in quella stanza sempre più raramente negli ultimi tempi e in completa solitudine. Alcune valigie giacciono in terra aperte e appaiono riempite disordinatamente. Lei sta qui davanti a me ma è come se si trovasse già altrove. Getto un'ultima occhiata intorno, quindi estraggo dalla tasca un paio di chiavi e gliele poggio nel palmo aperto della mano. Queste non mi servono più – le parole mi escono meccanicamente dalla bocca, senza forzare il tono. C'è molta luce adesso. Con movimenti incerti attraverso la stanza, trovo la porta ed esco senza sbatterla. Un giorno le avevo promesso che non l'avrei fatto. Sento che mi chiama per nome ma la sua voce mi giunge ovattata, sempre più distante. Il nodo che avevo chiuso nel petto ora si allunga e si scioglie.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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