Una tazza di tèGiulia ripone il latte nel frigorifero e le fette biscottate all'interno della dispensa. I suoi gesti sono, come sempre, rapidi al limite della scompostezza. Mi guarda e fa: << Hai ancora del tè nella tazza, non bevi? >>
<< No, basta, porta pure via, grazie. >>, rispondo alzandomi dalla sedia.
Come supponevo, a queste parole lei dimostra una certa insofferenza: << Non capisco questa tua abitudine di avanzare sempre qualcosa. >>
Alzo le spalle: << Forse perché non mi piace che le cose finiscano. O forse perché mi stufo in fretta… Non lo so, dovrei rifletterci su. >>
<< Infatti ogni cosa che fai la lasci a metà. >>
Fingo di non cogliere la sua pedanteria da professoressa di matematica e provo ad argomentare. << Penso che potrei spiegare questa abitudine con la consapevolezza della morte che ho. La morte può coglierci all'improvviso, mentre siamo indaffarati a fare altro: mentre ci laviamo i denti, mentre stiamo preparando la colazione, oppure siamo sul punto di bere una tazza di tè… >>
<< Non credi allora che dovremmo invece sforzarci di completare quello che stiamo facendo? >>, replica Giulia riordinando i suoi libri sul tavolo del soggiorno.
So dove vuole andare a parare. << No, non lo credo. Sarebbe solo un'illusione… Un'illusione che ci farebbe arrivare alla fine della giornata soddisfatti del lavoro fatto quando, invece, non dovremmo esserlo per niente. >>
Lei mi scruta con severità: << Allora, secondo te, non varrebbe la pena neanche cominciare. >>
Avevo previsto la sua obiezione e la risposta mi esce prontamente: << E invece sì. L'unica cosa che conta è l'inizio, appunto, non la fine. Pensa all'ebbrezza che ci coglie quando facciamo una nuova esperienza: apriamo un libro mai letto, visitiamo un posto sconosciuto, facciamo nuove conoscenze… Di tutto il resto, di come va a finire la storia, ci si può anche disinteressare. >>

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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