Ci incamminiamo lungo il vialetto che conduce al cancello. Sono le quattro e mezza del pomeriggio, comincia a fare freschetto e abbiamo voglia di rientrare a casa. Rosy getta uno sguardo indietro, nella residenza sanitaria si stanno accendendo le prime luci. Quante storie di vita si racchiudono in quelle mura, quanti desideri, aspettative.
<< Sarebbe bello agire sempre in un contesto di fiducia >>, dice, << dove la regola non è il tentativo di sopraffare gli altri >>.
<<… Dove si è riconosciuti come persone, ciascuno con i propri diritti e le proprie aspirazioni >>, aggiungo.
<< Già… dove ti puoi esprimere liberamente senza stare sempre lì a difenderti >>.
Roberto si rivolge a Rosy sfoderando un mezzo sorriso: << Una specie di libro delle favole, quindi >>.
Lei non coglie l’ironia: << Sì, hai detto bene: una favola >>.
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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