Parthenope

Il manierismo è uno stile divertente per la stravaganza e la raffinatezza che lo contraddistinguono. Non è il mio preferito però lo frequento con piacere, salvo ritornare a forme più dirette, essenziali, che maggiormente si confanno ai miei gusti. Il problema nasce, invece, quando un artista diventa maniera di sé stesso: non mi diverto più, anzi mi sale un moto di disappunto di fronte alla ripetitività che soppianta la creatività, all’apparenza che finisce per sovrastare la sostanza.
Parthenope è un film vuoto, inerte, autocompiaciuto, inzuppato di sequenze impeccabili ma autoconclusive, prive di connessione emotiva, frequentate da personaggi insignificanti che inanellano dialoghi artificiosi senza dire niente. Il cinema di Paolo Sorrentino si è spiaggiato come una balena gigantesca che ha perso l’orientamento e ora boccheggia rumorosamente. Saprà riprendere il largo per ritrovare l’originalità e la freschezza di un tempo?
 

Parthenope, di Paolo Sorrentino, con Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Gary Oldman, Silvio Orlando, Luisa Ranieri (Italia, 2024, 136'). In visione su Netflix.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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