E all'improvviso succede che, con la mano, sposto i capelli dal viso e le vedo. Le vedo per come sono, per come erano: dee capricciose e sfuggenti, ninfe pretenziose, indifferenti ai sospiri e ai palpiti.
Le ho desiderate, con lo sguardo luminoso dell'adolescente, con lo slancio pieno di meraviglia di un esploratore britannico. Ho rivolto loro parole appassionate, quieti sussurri, silenziosi battiti di ciglia.
Le ho amate uscendo dalla zona di conforto, avventurandomi nella terra dei leoni, senza badare agli inciampi e ai pericoli che correvo. Le ho amate con entusiasmo, passione, dedizione, nonostante i coni d'ombra, le carte avverse, i segnali contrari.
L'amore se n'è andato, da molto tempo, passando attraverso la stessa porta dalla quale era entrato. Ed io cancello un po' alla volta le parole e le fotografie in memoria, getto via qualche reperto ormai muto di senso.
Loro sono figure lontane, ormai. Sono come formule magiche disimparate, pennellate sbiadite sulla tela, frecce scagliate nella radura, ferite cicatrizzate sul corpo e nel cuore.
Fra poco saranno nomi di una rosa che si è naturalmente avvizzita e, al termine della stagione, si dissolveranno per sempre.
Nell'esatto punto in cui l'impensabile pare permesso, la vita muta direzione e va a perdersi dove vuole.
Svanirà anche la mia, insieme al ricordo che avevo di loro.
È l'unico lieto fine possibile.







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