Sono vivo

🎭 Monologo teatrale

Ambientazione:
(Un palco spoglio. Buio. In sottofondo un rumore di pioggia. Poi, lentamente, la luce di una lampadina sospesa illumina il personaggio. È seduto su una sedia di legno posta al centro, ha la schiena curva, le mani intrecciate, lo sguardo rivolto a terra, Resta immobile per qualche secondo. Silenzio. Respira. Poi, a bassa voce…)

PERSONAGGIO:
Non aspettatevi di vedermi commuovere.
(Fa una smorfia simile a un mezzo sorriso)
Ho imparato a trattenere le lacrime… a lasciarle colare dentro di me.

(Si passa una mano sul viso)
Quelle più amare le ho ingoiate in silenzio, lontano da tutti.
Ho pianto sotto le coperte, piano… fino a rimanere senza fiato,
per paura che anche il buio potesse accorgersene.
Nessuno doveva sapere.
Nessuno doveva vedere quanto male mi abitava.

(Pausa breve. Guarda verso il pubblico ma è come se non vedesse nessuno, ha l’aria stanca)
Il tempo… ah, il tempo non ha mostrato pietà.
Dentro ogni ruga, ogni segno del mio volto
c’è una storia scritta con un pennino d’acciaio.
E le cicatrici che porto – quelle che si vedono e quelle che no –
sono il riscatto che ho pagato ai briganti che attendevano al varco.

(Pausa lunga. Si alza dalla sedia, con un movimento incerto)
Sono sceso giù, negli inferi della mente.
Ho conosciuto la depressione, quella vera,
quella che asciuga la volontà, spegne ogni desiderio,
che ti fa dimenticare chi sei.

(Fa un passo e poi un altro. La voce diventa più grave)
Mi ci sono perso. In quel vuoto mi sono completamente perso.
Ero solo, abbandonato a me stesso. Nessuno a soccorrermi.
C’erano quelli che non capivano o erano impreparati – non per colpa loro.
E quelli che, pur avendo gli strumenti del mestiere, voltavano altrove lo sguardo.

(Cammina lentamente fino al limite del palco)
Vagavo.
Dicevo: “mi concedo una pausa ancora oggi,
domattina mi alzo presto e mi riprendo la vita che facevo prima”.
(Perché questa non era la mia vita di prima.)
Invece niente, ogni giorno ricominciava stanco come il precedente.
E ancora e ancora.

(Si mette le mani sul viso)
Che spreco di speranze e ambizioni…
Che ne stavo facendo della mia esistenza…

(Pausa)
Non devo pensarci, altrimenti impazzisco.

(Il personaggio ora inspira profondamente)
E poi, piano piano, ho cominciato a risalire davvero.
Non per scelta ma, credo, per istinto di conservazione.
In mezzo al fango, non so come, ho trovato un appiglio:
ho piantato i piedi senza nemmeno guardare
e mi sono tirato su lentamente, un passo alla volta
Ogni movimento provocava dolore, sì,
ma era un piccolo, ostinato atto di resistenza.

(Ritorna al centro del palco, sotto la luce della lampadina, accanto alla sedia. La voce si fa adesso più ferma)
Mi sono aggrappato alla vita con le unghie,
con i denti, con tutto quello che restava di me.
Ho avuto il destino di vivere la mia morte
e il privilegio di sopravviverle.
Ho strappato al tempo ogni secondo in più,
come fosse l’ultimo,
senza sapere se lo fosse davvero.

(Breve pausa. Scandisce, con tono accorato)
Mi resi conto soltanto allora che la vita
non aspetta e trascina ogni cosa con sé.
Imparai che non dovevo contare i giorni ma i momenti
e forse, forse avrei avuto tempo a sufficienza.

(Guardando il pubblico negli occhi)
Oggi posso dirlo.
Posso dirlo davvero: sono vivo.
(Pausa, con un accenno di sorriso)
Non perché la vita sia diventata facile —
non lo è mai stata —
ma perché ho smesso di combatterla.
Ho imparato ad ascoltarla,
a prenderla così com’è,
nel bene e nel male:
con i suoi imprevisti, i suoi affanni,
con le sue luci a intermittenza.

(Con un filo di voce, sincero)
Ogni battito del cuore è una vittoria.
Ogni giorno, una prova superata.

(Un passo indietro, la luce della lampadina si fa più calda)
Sì… sono vivo.
E per me, credetemi,
è già abbastanza.

(Silenzio lungo. La luce si spegne lentamente. Il rumore della pioggia sfuma e svanisce. Buio in sala)

prima stesura: autunno 1995

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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