A chi, nel 1932, chiedeva che cosa sarebbe potuto accadere nei vent’anni successivi, Paul Valéry rispondeva: “Diventa sempre più inutile e anche più pericoloso cercare di prevedere partendo dai dati desunti dalla vigilia o dall’antivigilia; sarebbe consigliabile tenersi pronti a tutto, o quasi a tutto. Dobbiamo conservare nelle nostre menti e nei nostri cuori la volontà di lucidità, la chiarezza dell’intelletto, l’idea di grandezza e di rischio della straordinaria avventura nella quale il genere umano, allontanandosi forse in maniera smisurata dalle condizioni primordiali e naturali della specie, si è imbarcato senza sapere dove va.”
Quasi un secolo dopo, queste parole risuonano con una forza sorprendente. Anche oggi è diventato praticamente impossibile fare previsioni restando nei confini delle conoscenze e della comprensione che abbiamo circa i fatti del mondo. È in corso una profonda crisi etica che coinvolge tanto i leader politici quanto noi cittadini comuni. Il nichilismo che impregna la nostra società condiziona le valutazioni, le decisioni e il peso delle conseguenze che esse comportano. Come poche altre volte nella storia dell’umanità, la politica sembra aver perso quei metodi e quegli obiettivi che la rendevano un processo dotato di una logica riconoscibile e, almeno in parte, governabile. Si fatica a distinguere i contenuti del bene e del male, del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, dell’onestà e dell’immoralità.
In questo scenario francamente desolante, l’unica indicazione in grado di orientare la nostra capacità di giudizio e il conseguente agire è un principio forte, imperativo e coraggioso: il principio di responsabilità, individuale e collettiva. Una responsabilità che, per usare le parole di Hans Jonas, prende origine e viene mossa da una domanda fondamentale: für was? Per che cosa, per quale scopo?








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