Ci sono particolari che mi riportano indietro, come in un instant movie. Un odore penetrante, una piega della voce, il modo in cui la luce si posa su un muro. All’improvviso sono di nuovo lì, senza essermene mai andato davvero.
Avverto una morsa leggera nello stomaco, che stringe senza far male. La razionalità prova a intervenire, a rammentarmi che è solo uno spazio fisico, solo scale, corridoi, stanze e aria. Ma l’aria conserva memoria.
Ci sono posti che trattengono le cose che potevano accadere e non sono accadute. Mi attirano perché pronunciano il mio nome e allo stesso tempo mi respingono. Potrebbero dirmi qualcosa che io non voglio ascoltare.
Non so mai se dovrei lasciarli definitivamente, scioglierli come fossero un nodo di ancoraggio oppure afferrarli e tenerli con me, come le fotografie che non si guardano più ma che non si riesce a gettare.
Non li evito quei posti, non del tutto, almeno. Ci torno e non sempre per necessità. A volte è soltanto un impulso, un passo che si muove prima che io abbia deciso. All’inizio c’è l’ansia, una vibrazione prolungata nel petto. Poi entro e tutto accade meccanicamente, per conto proprio.
Non è una sensazione controllabile, è un equilibrio instabile. Dipende dai ricordi che vi ho lasciato cadere, che fingo di aver perduto. Non voglio perdere però il controllo su quella parte di me che continua a vivere immobile, in attesa e che i luoghi mi attraversino restando intatti come fantasmi. Forse è soprattutto il bisogno di misurare quanta distanza c’è adesso dal me stesso che ero.
(photo by Pim)








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